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DOBBIAMO FARE PONTI NELLA VITA E NELLA POLITICA

06/02/2016

Costatiamo che oggi in Brasile esistono gravi lacerazioni tra persona e persona per ragioni politico-partitiche. C’è gente che ha smesso di partecipare alla cena di Natale per divergenze politiche: chi per le critiche al partito che sta al potere, per le bugie seminate in campagna elettorale; chi per la sfacciata corruzione attribuita a settori importanti del PT. Alcuni sono accaniti difensori dell’impeachment della Presidentessa Dilma Rousseff, altri non considerano le notissime “pedaladas” sufficienti per toglierla dalla più alta carica della Repubblica, ottenuta col voto della maggioranza del popolo. Ammettiamo: il resoconto scorretto è un peccato, ma è solo un peccato veniale, commesso senza cattiva intenzione. Per un peccato veniale, in una sana teologia, nessuno è condannato all’inferno. Al massimo, passerà un po’ di tempo nella clinica purificatrice di Dio che è il purgatorio. E questo non è l’anticamera dell’inferno, ma la sala d’aspetto del cielo.

Lasciamo stare queste contraddizioni. Il fatto è che esistono realmente nella società una grande rabbia, intolleranza razziale e politica, discussioni acide e tante parole pesanti, che i bambini non dovrebbero nemmeno sentire. In particolare, su Internet è stata aperta una porta, dove passa qualsiasi tipo di ingiuria. Alcuni imbalsamati da anni, credono che c’è ancora la guerra fredda. Chiamare uno comunista, è ancora un’offesa. Hanno scordato che l’impero sovietico è caduto e il muro di Berlino è andato in pezzi nel 1989.

I ponti che collegavano gli spazi sociali, differenti, ma accettati e rispettati sono logori o distrutti. Una società non può sopravvivere in buona salute, osservando il suo tessuto sociale dilacerato. Qui c’è rischio di radicalismo di destra (dittature come quella militare) o di sinistra (come il socialismo sovietico totalitario). Più che montare ragionamenti teorici, penso che la storia potrebbe darci delle buone lezioni e convincerci sulla verità delle cose. Racconterò una storia che io ho sentito molto tempo fa. Ha un certo potere di convinzione. Eccola.

Due fratelli vivevano d’amore e d’accordo in due fazende vicine: discreta produzione di granaglie, qualche capo di bestiame e suini allevati secondo protocolli. Un giorno ebbero una discussione. Niente di trascendentale: una giovane vacca del fratello più piccolo si staccò dal branco e mangiò un bel pezzo di granturco dell’altro fratello più vecchio. Alzarono la voce, con un certo risentimento. Pareva che la cosa fosse conclusa. Ma non fu proprio così. Tutt’a un tratto non si parlavano più. Evitavano d’incontrarsi in bottega o per strada. Come sconosciuti.

Ma ecco che un bel giorno un carpentiere apparve nella fazenda del fratello maggiore. Cercava lavoro. Il fazendeiro lo squadrò da cima a fondo e, un po’ a fatica, gli disse: “Vedi quel ruscello laggiù? È il confine tra la mia fazenda e quella di mio fratello. Prendi il legname dentro al granaio e fa una recinzione bella alta. Non voglio essere costretto a vedere né mio fratello né la sua fazenda. Così me ne starò in pace.

Il carpentiere prese gli attrezzi e andò a fare il suo lavoro. Nel frattempo, il fratello che gli aveva chiesto il servizio andò in città per affari.

Quando tornò alla fazenda, già verso sera, rimase esterrefatto per il lavoro del carpentiere, che non aveva fatto nessuna recinzione, ma un ponte sul ruscello, mettendo in comunicazione le due fazende. E ecco, in quel mentre, arriva l’altro fratello che passava sul ponte e gli dice: ”Fratello mio, dopo tutto quello che è avvenuto tra noi, faccio fatica a credere che hai fatto fare questo ponte solo per incontrati con me. Hai ragione, era ora di finirla con i nostri contrasti. Fratello mio, abbracciami. E si abbracciarono con effusione e si riconcilarono. Fratello ritrovò fratello.

E videro che il carpentiere se ne stava andando via, gli gridarono: “Ehi, carpentiere non andar via, rimani qui con noi qualche giorno. Tu ci hai portato tanta gioia”. Ma il carpentiere rispose: “Non posso fermarmi. Ho altri ponti da fare in giro per il mondo. C’è tanta gente che ha bisogno di riconciliarsi”. E continuò a camminare, serenamente, finché non scompave alla curva della via.

Il mondo, il nostro paese, hanno bisogno di ponti e di persone-carpentieri che generosamente relativizzino i contrasti e costruiscano ponti perché noi possiamo convivere oltre i conflitti e le differenze inerenti alla finitudine umana. Abbiamo qualcosa da imparare e reimparare a trattarci da fratelli.

Questo è forse l’imperativo etico e umanitario più urgente nell’attuale momento storico.

*
Leonardo Boff, teologo, scrittore e columnist del JB on line

Traduzione di Romano Baraglia e Arato Lidia

Necesitamos construir puentes en la vida y en la política

06/02/2016

En Brasil constatamos hoy una seria división entre las personas por razones político-partidistas. Hubo gente que dejó de participar en la confraternización de Navidad debido a divergencias políticas: unos por críticas al partido que está en el poder por haber mentido en la campaña; otras a causa de la excesiva corrupción atribuida a grupos importantes del PT. Unos son férreos defensores del impeachment a la Presidenta Dilma Rousseff. Otros no consideran las famosas “pedaladas” razón suficiente para sacarla del cargo más alto de la República, conquistado con el voto de la mayoría de la población. Admitamos que las pedaladas sean un pecado, pero son solo pecado venial, cometido sin mala intención. Por un pecado venial, en sana teología, nadie es condenado al infierno. A lo máximo pasa un tiempo en la clínica purificadora de Dios que es el purgatorio. Este no es la antesala del infierno sino la antesala del cielo.

Ignoremos estas contradicciones. El hecho es que indudablemente existe en la sociedad gran irritación, intolerancia racial, discusiones ácidas y muchas palabras fuertes que los niños no deberían ni siquiera oír. Especialmente internet ha abierto la puerta por donde pasa todo tipo de ofensa. Algunos han quedado anclados en el pasado y se imaginan todavía en la guerra fría. Llamar al otro comunista es una ofensa. Olvidan que el imperio soviético se derrumbó y el muro de muro de Berlín cayó en 1989.

Los puentes de los espacios sociales, diferentes, pero aceptados y respetados han sido averiados o destruidos. Una sociedad no puede sobrevivir sanamente viendo que su tejido social se está desgarrando. Ahí existe el peligro de los radicalismos de derecha (dictaduras como la de los militares) o de izquierda (como el socialismo soviético totalitario).

Más que hacer muchas argumentaciones teóricas, estimo que las historias pueden darnos buenas lecciones y convencernos de la verdad de las cosas. Voy a contar una historia que oí hace mucho tiempo y que tiene una fuerza de convicción efectiva. Aquí está:

Dos hermanos vivían en buena armonía en dos granjas vecinas. Tenían una buena producción de granos, algunas cabezas de ganado y cerdos bien cuidados.

Cierto día tuvieron una pequeña discusión. Las razones no tenían mayor importancia: una vaquilla del hermano menor se había escapado y había comido un buen trozo del maizal del hermano mayor. Discutieron con cierta irritación. La cosa parecía haberse quedado ahí.
Pero no fue así. De repente, ya no se hablaban. Evitaban encontrarse en la bodega o por el camino. Se hacían los desconocidos.

Un buen día, apareció en la granja del hermano mayor un carpintero pidiendo trabajo. El granjero lo miró de arriba abajo y, con un poco de pena, le dijo: “¿Ve aquel riachuelo que corre por allá abajo? Es la división entre mi granja y la de mi hermano. Con toda esa leña que hay en la leñera construya una cerca bien alta, para que no me vea obligado a ver a mi hermano ni su granja. Así estaré en paz”.
El carpintero aceptó el servicio, tomo las herramientas, y se puso a trabajar. Mientras tanto, el hermano mayor se fue a la ciudad a resolver algunos asuntos.

Cuando al caer la tarde volvió a la granja, al caer la tarde, quedo horrorizado con lo que vio. El carpintero no había hecho una cerca, sino un puente que pasaba por encima del río y unía las dos granjas.

Y hete aquí que pasando por el puente venía su hermano, menor diciendo: “Hermano, después de todo que pasó entre nosotros, me cuesta creer que usted haya hecho ese puente solo para encontrarse conmigo. Tiene usted razón, es hora de acabar con nuestra desavenencia. ¡Un abrazo, hermano!”.

Y se abrazaron efusivamente y se reconciliaron. El hermano encontró al otro hermano.

De pronto vieron que el carpintero se estaba marchando. Y le gritaron: “Eh, carpintero, no se vaya usted, quédese unos días con nosotros… nos ha traído tanta alegría…”

Pero el carpintero respondió: “No puedo, hay otros puentes que construir por el mundo. Hay muchos todavía que necesitan reconciliarse”. Y se fue caminando tranquilamente hasta desaparecer en la curva del camino.

Nuestro país  y en general nuestro mundo necesitan puentes y personas-carpintero que generosamente relativizan los desacuerdos y construyen puentes para que podamos vivir por encima de los conflictos y diferencias inherentes a la incompletitud humana. Tenemos que aprender y reaprender siempre a tratarnos fraternalmente.

Tal vez sea este uno de los imperativos éticos y humanitarios más urgentes en el actual momento histórico.

*Leonardo Boff es teólogo, filósofo y articulista del JB online.
Traducción de MJ Gavito Milano

We need to build bridges between life and politics

06/02/2016

We see today in Brazil a serious division among people for reasons of political party. There were those who stopped participating in the community celebrations of the Nativity due to divergent politics: some becuse of criticisms of the party in power for having lied in the electoral campaign; others due to the excessive corruption attributed to important groups of the Labor Party, PT. Some are strong defenders of impeaching President Dilma Rousseff. Others do not consider the famous “pedaladas” (pedal pushers) a sufficient reason to remove her from the highest position of the Republic, won by the vote of the majority of the people. Let us agree that the “pedaladas” are sinful, but it is only a venial sin, committed without ill intention. For a venial sin, in good theology, no one is condemned to hell. At worst, they spend some time in God’s purifying clinic, the purgatory. Purgatory is not hell’s lobby, but the lobby of heaven.

Let’s ignore these contradictions. The fact is that without doubt, there exists in society great irritation, racial intolerance, acid discussions and many strong words that children should never hear. Especially the Internet has opened the door through which all kinds of offenses pass. Some people remain anchored in the past and still think about the cold war. To call someone a communist is an insult. They forgot that the Soviet Empire collapsed and the Berlin Wall fell in 1989.

The bridges between social spaces, different, but accepted and respected, have been damaged or destroyed. A healthy society cannot survive while its social network is being tore down. That is where the danger lies in the radicalism of the right (dictatorship such as those of the military) or of the left (as the totalitarian Soviet Socialism).

More than theoretical arguments, I believe that history can provide good lessons and convince us of the truth of things. I will relate a story that I heard long time ago and that has a strong effective conviction. Here it is:

Two brothers lived in good harmony in two farms that were closer to each other. They had good grain production, some head of cattle and well cared for pigs.

One day they had a small argument. The reasons were not that important: a calf from the younger brother had strayed and eaten a good part of the cornfield of the older brother. They discussed it with some irritation. Matters appeared to had rested there.

But it was not so. Suddenly, they did not speak to each other. They avoided seeing each other in the store or on the road. They behaved as if hey did not know each other.

One day a carpenter looking for a job appeared in the farm of the older brother. The farmer looked at him up and down and, with some sadness, he told the carpenter: “See that brook that flows down there? Is the division between my farm and the farm of my brother. With all the wood there is in that wood pile build a very high fence, so that I may not be forced to see my brother or his farm again. That way I will have peace”.

The carpenter accepted the job, took the tools and went to work. Meanwhile, the older brother went to the city to take care of some business.

When he returned to the farm, late that day, he was horrified by what he saw. The carpenter had not built a fence, but a bridge over the brook that united the two farms.

And he saw there walking by the bridge the younger brother who was coming saying: “Brother, after all that had happened between us, it is hard for me to believe that you have made that bridge just to find me. You are right, it is time to end our disagreement. Let’s embrace, brother!

And they embraced each other effusively and reconciled. The brother found his other brother..

Suddenly they saw that the carpenter was leaving. And they called him: “Hey, carpenter! Please do not leave. Stay with us for a few days… You have brought to us so much happiness…”

But the carpenter answered: “I can’t stay; there are other bridges to build throughout the world. There are still too many that need to reconcile with each other”. And the carpenter went away calmly walking until he disappeared in the distant curve of the path.

The world and our country need bridges and people-carpenters who generously would help solve the disagreements and build bridges so that we may rise above the conflicts and differences inherent in the unfinished humanity. We must always learn and relearn to teach each other fraternally, as brother and sisters.

Perhaps this is one of the most urgent ethical and humanitarian imperatives in the present historical moment.
Leonardo Boff is ecotheologian and writer

Free translation from the Spanish by
Servicios Koinonia, http://www.servicioskoinonia.org.
Done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

Os equívocos do PT e o sonho de Lula

06/02/2016

 Durante quatro a cinco décadas houve vigorosa movimentação das bases populares da sociedade discutindo que “Brasil queremos”, diferente daquele que herdamos. Ele deveria nascer de baixo para cima e de dentro para fora, democrático, participativo e libertário. Mas consideremos um pouco os antecedentes histórico-sociais para entendermos por quê esse projeto não conseguiu prosperar.

É do conhecimento dos historiadores, mas muito pouco da população, como foi cruenta a nossa história tanto na Colônia, na Independência como no reinado de Dom Pedro I, sob a Regência e nos inícios do reinado de Dom Pedro II. As revoltas populares, de mamelucos, negros, colonos e de outros foram exterminadas a ferro e fogo, a maioria fuzilada ou enforcada. Sempre vigorou espantoso divórcio entre o Poder e a Sociedade. Os dois principais partidos, o Conservador e o Liberal, se digladiavam por pífias reformas eleitorais e jurídicas, porém jamais abordaram as questões sociais e econômicas.

O que predominou foi a Política de Conciliação entre os partidos e as oligarquias mas sempre sem o povo. Para o povo não havia conciliação mas submissão. Esta estrutura histórico-social excludente predominou até aos nossos dias.

No entanto, pela primeira vez, uma coligação de forças progressistas e populares, hegemonizadas pelo PT, vindo de baixo, chegou ao poder central. Ninguém pode negar o fato de que se conseguiu a inclusão de milhões que sempre foram postos à margem. Far-se-iam em fim as reformas de base?

Um governo ou governa sustentado por uma sólida base parlamentar ou assentado no poder social dos movimentos populares organizados.

Aqui se impunha uma decisão. Na Bolívia, Evo Morales Ayma buscou apoio na vasta rede de movimentos sociais, de onde ele veio como forte líder. Conseguiu, lutando contra os partidos. Depois de anos, construiu uma base de sustentação popular, de indígenas, de mulheres e de jovens a ponto de dar um rumo social ao Estado e lograr que mais da metade do Senado seja hoje composta por mulheres. Agora os principais partidos o apoiam e a Bolívia goza do maior crescimento econômico do Continente.

Lula abraçou a outra alternativa: optou pelo Parlamento no ilusório pressuposto de que seria o atalho mais curto para as reformas que pretendia. Assumiu o Presidencialismo de Coalizão. Líderes dos movimentos sociais foram chamados a ocupar cargos no governo, enfraquecendo, em parte, a força popular.

Para Lula, mesmo mantendo ligação com os movimentos de onde veio, não via neles o sustentáculo de seu poder, mas a coalizão pluriforme de partidos. Se tivesse observado um pouco a história, teria sabido do risco desta política de Coalização que atualiza a política de Conciliação do passado.

A Coalizão se faz à base de interesses, com negociações, troca de favores e concessão de cargos e de verbas. A maioria dos parlamentares não representa o povo mas os interesses dos grupos que lhes financiam as campanhas. Todos, com raras exceções, falam do bem comum, mas é pura hipocrisia. Na prática tratam da defesa dos bens particulares e corporativos. Crer no atalho foi o sonho de Lula que não pode se realizar.

Por isso, em seus oito anos, não conseguiu fazer passar nenhuma reforma, nem a política, nem a econômica, nem a tributária e muito menos a reforma agrária. Não havia base.

A “Carta aos Brasileiros” que na verdade era uma Carta aos Banqueiros, obrigou Lula a alinhar-se aos ditames da macroeconomia mundial. Ela deixava pouco espaço para as políticas sociais que foram aproveitadas tirando da miséria 36 milhões de pessoas. Nessa economia, o mercado dita as normas e tudo tem seu preço. Assim parte da cúpula do PT, metida nessa Coalizão, perdeu o contato orgânico com as bases, sempre terapêutico contra a corrupção. Boa parte do PT traiu sua bandeira principal que era a ética e a transparência.

E o pior, traiu as esperanças de 500 anos do povo. E nós que tanta confiança depositávamos no novo, com as milhares comunidades de base, as pastorais sociais e os grupos emergentes… Elas aprenderam articular fé e política. A mensagem originária de Jesus de um Reino de justiça a partir dos últimos e da fraternidade viável, apontava de que lado deveríamos estar: dos oprimidos. A política seria uma mediação para alcançar tais bens para todos. Por isso, as centenas de CEBs não entraram no PT; fundaram células dele e grupos, como instrumento para a realização deste sonho.

O partido cometeu um equívoco fatal: aceitou, sem mais, a opção de Lula pelo problemático presidencialismo de coalizão. Deixou de se articular com as bases, de formar politicamente seus membros e de suscitar novas lideranças.

E aí veio a corrupção do “mensalão” sobre o qual se aplicou uma justiça duvidosa que a história um dia tirará ainda a limpo. O “petrolão” pelos números altíssimos da corrupção, inegável, condenável e vergonhosa, desmoralizou parte do PT e parte das lideranças, atingindo o coração do partido.

O PT deve ao povo brasileiro uma autocrítica nunca feita integralmente. Para se transformar numa fênix que ressurge das cinzas, deverá voltar às bases e junto com o povo reaprender a lição de uma nova democracia participativa, popular e justa que poderá resgatar a dívida histórica que os milhões de oprimidos ainda esperam desde a colônia e da escravidão.

Apesar de tudo, e quer queiramos ou não, o PT representa, como disse o ex-presidente uruguaio Mujica, quando esteve entre nós, a alma das grandes maiorias empobrecidas e marginalizadas do Brasil. Essa alma luta por sua libertação e o PT redimido continua sendo seu mais imediato instrumento.

Quem cai sempre pode se levantar. Quem erra sempre pode aprender dos erros. Caso queira permanecer e cumprir sua missão histórica, o PT faria bem em seguir este percurso redentor.

*Leonardo Boff, escreveu: Depois de 500 anos que Brasil queremos, Vozes. Petrópolis 2000.

A persistência do ódio na sociedade brasileira

03/02/2016

É fato inegável: há muito ódio, raiva, rancor, discriminação e repulsa na sociedade brasileira. Ela sempre existiu de alguma forma. Ou alguém acha que os milhões de escravos humilhados e feitos “peças” e as mulheres à disposição da volúpia sexual dos patrões e de seus filhos, não provocava surdo rancor e profundo ódio? É o que explica os centenas e centenas de quilombos por todas as partes no Brasil. E o ódio dos patrões que com o chibata castigavam seus escravos desobedientes no pelourinho?
O ódio pertence à zona do de mistério. A própria Bíblia não sabe explica-lo e o vê já presente desde o começo, no jardim do Éden; o primeiro crime ocorreu com Caim que por inveja, que produz ódio, matou a seu irmão Abel. O mandamento era claro: ”Amarás o teu próximo e odiarás o teu inimigo”(Levítico 19,18; Mateus 5,43). O ódio é inimigo dos homens e de Deus e ele semeia a cizânia na terra (Mt 13,19).
Mas eis que vem Jesus e reverte a lógica do ódio: ”Amai vossos inimigos e orai pelos que vos perseguem”(Mt 5, 44). Ele mesmo sucumbiu ao ódio de seus inimigos mas, aceitando livremente a morte, “venceu a morte pela morte” e assim derrubou “o muro da inimizade que dividia a humanidade”(Ef 2,14-16). Prega e vive o amor incondicional para amigos e inimigos. Inaugurou assim uma nova etapa de nossa humanização.
Mas esse ideal nunca se transformou em cultura nos países cristianizados. Estamos ainda no Velho Testamento do “olho por olho, dente por dente”.
No Brasil a raiva e o rancor histórico foi acrescido depois das eleições de 2014. Houve quem não aceitou a derrota e deslanchou um torrente de raiva e de ódio que contaminou não apenas o partido vencedor, mas toda a sociedade. Inegavelmente criou-se um consenso ideológico-político de alguns meios de comunicação que, com total desfaçatez, difundem esse sentimento. O que leva um radialista da Rádio Atlântica FM, ligada à RBS gaúcha, conclamar a população a “cuspirem na cara do ex-Presidente Lula” senão um ódio explícito e incontido? A verdadeira perseguição judicial que Lula está sofrendo, tentando enquadrá-lo em algum crime, é movida não tanto pela fome e sede de justiça, mas pela vontade de punir, de desfigurar seu carisma e liquidar sua liderança. Grassa um maniqueísmo avassalador que amargura toda a vida social. Bem dizia Bernard Shaw:”o ódio é a vingança dos covardes”.
Mas tentando ir um pouco mais a fundo na questão do ódio, precisamos reconhecer que ele se enraíza em nossa própria condição humana, um feixe de contradições. Somos, por natureza, e não por desvio de construção, seres contraditórios, compostos de ódios e de amores, de abraços e de rejeições. É a escolha que fizermos que irá dar rumo à nossa vida: ou a benquerença ou a aversão. Mesmo escolhendo o amor, o ódio nos acompanha como uma sombra sinistra. Se não cuidamos dele, ele invade nossa consciência e produz sua obra nefasta.
Esse realismo o encontramos na Bíblia. Mas também num pensador como Bertrand Russel que observou com acerto: ”o coração humano tal como a civilização moderna o modelou, está mais inclinado para o ódio do que pra a fraternidade”. Lógico, se ela colocou como eixo estruturador a concorrência e não a colaboração e a luta de todos contra todos em vista da acumulação privada, entende-se que predomine a tensão, a raiva, a inveja a ponto de o lema de Wall Street ser :”greed is good”: a cobiça é boa.
Mas há um ponto que precisa ser referido, observado já por F. Engels quando escreveu uma introdução ao livro de Marx sobre “A luta de classes na França”: ”Se houver alguma possibilidade de as massas trabalhadoras chegarem ao poder, a burguesia não admitirá a democracia sendo até capaz de golpeá-la”. Ora, através de Lula, o PT e seus aliados, vindo das massas trabalhadoras, chegaram ao poder. Isso é inadmissível pelos “donos do poder”(R. Faoro). Estes procuram inviabilizar o governo de cunho popular, desconsiderando o bem comum.
Aqui valem as palavras sábias do velho do Restelo de Camões: “Ó glória de mandar, o vã cobiça/Desta vaidade a quem chamamos fama./Ó fraudulento gosto, que se atiça/Com uma aura popular que honra se chama” (Cântico IV, versos 94- 95). Por detrás da busca ”da glória de mandar” e do poder, revestido de raiva e de ódio, se esconde, atualmente, a vontade daqueles que sempre o detiveram e que agora o perderam e fazem de tudo para recuperá-lo por todos os meios possíveis.

Leonardo Boff é articulista do JB on line e escreveu:Virtudes por um outro mundo possível(3 vol.),Vozes 2005.

Precisamos construir pontes na vida e na política

30/01/2016

Hoje no Brasil constatamos grave dilaceração entre as pessoas por razões político-partidárias. Houve gente que deixou de participar da confraternização de Natal em razão de divergências políticas: uns por críticas ao partido que está no poder porque teria mentido na campanha; outros por causa da excessiva corrupção tributada a grupos importantes do PT. Uns são ferrenhos defensores do impeachment da Presidenta Dilma Rousseff. Outros não consideram as famosas “pedaladas” razão suficiente para tirá-la do cargo mais alto da República, conquistado com o voto da maioria da população.

Admitamos que as pedaladas seja um pecado apenas venial, cometido sem má intenção. Por um pecado venial, em sã teologia, ninguém é condenado ao inferno. No máximo, passa um tempo na clínica purificadora de Deus que é o purgatório. Este não é a antesala do inferno mas a antesala do céu.

Desconsideremos esses argumentos. O fato é que existe inegavelmente na sociedade grande irritação, intolerância racial e política, discussões ácidas e muitas palavras pesadas que crianças sequer poderiam ouvir. Especialmente na internet se abriu a porta por onde passa todo tipo de ofensa. Alguns se engessaram no passado e se imaginam ainda na guerra-fria. Chamar o outro de comunista significa uma ofensa. Esquecem que o império soviético ruiu e o muro de Berlim caiu 1989.

As pontes que ligavam os espaços sociais, diferentes, mas aceitos e respeitados, foram avariadas ou destruídas. Uma sociedade não pode sobreviver saudavelmente vendo seu tecido social sendo dilacerado. Aí há o risco dos radicalismos de direita (ditaduras como a dos militares) ou de esquerda (como o socialismo totalitário).

Mais que fazer muitas argumentações teóricas, estimo que as histórias nos podem dar boas lições e nos convencer da verdade das coisas. Passo adiante uma história que ouvi há muito tempo. Ela, me parece, convencer e esclarecer. Ei-la:

Dois irmãos viviam harmoniosamente em duas fazendas vizinhas. Tinham boa produção de grãos, algumas cabeças de gado e suínos bem tratados.

Certo dia, eles tiveram uma pequena discussão. As razões eram sem maior importância: uma vaquinha do irmão mais novo escapou e comeu um belo pedaço do milho do outro irmão mais velho. Discutiram alto e com certa irritação. A coisa parecia que tinha morrido ai mesmo.

Mas não foi bem assim. De repente, não se falavam mais. Evitam de se encontrar na bodega ou pelo caminho. Faziam-se de desconhecidos.

Mas eis que num belo dia, um carpinteiro apareceu na fazenda do irmão mais velho pedindo trabalho. O fazendeiro o olhou de cima abaixo e, meio com pena, lhe disse: “está vendo aquele riacho ali em baixo? É a divisa entre a minha fazenda e a de meu irmão. Pegue toda aquela madeira que está no paiol, e construa uma cerca bem alta, para que eu não seja obrigado a ver o meu irmão, nem a fazenda dele. Assim ficarei em paz”.

O carpinteiro aceitou o serviço, pegou as ferramentas, e foi trabalhar. Nesse entretempo, o irmão que lhe dera o trabalho, foi à cidade para resolver alguns negócios.

Quando voltou à fazenda, já no final do dia, ficou estarrecido com o que viu. O carpinteiro não havia feito cerca nenhuma, mas uma ponte que atravessava o riacho e ligava as duas fazendas.

Eis senão quando, no meio da ponte, vinha o seu irmão mais novo dizendo: “Mano, depois de tudo que aconteceu entre nós, eu mal posso acreditar que você mandou fazer esta ponte só para se encontrar comigo. Você tem razão, está na hora de acabar com a nossa desavença. Me dê aqui um abraço, mano”

E se abraçaram efusivamente e se reconciliaram. Irmão encontrou o outro irmão.

E aí viram que o carpinteiro estava indo embora. Eles gritaram dizendo: ”Ei, carpinteiro, não vá embora, fique uns dias com a gente… Você nos trouxe tanta alegria”.

Mas ele respondeu: “Não posso, há outras pontes a construir pelo mundo afora. Há muitos que precisam ainda se reconciliar”. E foi caminhando, serenamente, até desaparecer na curva da estrada.

O mundo e nosso país precisam de pontes e de pessoas-carpinteiro que generosamente, relativizem as desavenças, e construam pontes para que possamos conviver para além dos conflitos e diferenças, inerentes à incompletude humana. Temos sempre que aprender e reaprender a nos tratar humana e fraternalmente.

Talvez este seja um dos imperativos éticos e humanitários mais urgentes no atual momento histórico.

Leonardo Boff é articulista do JB on line e escreveu Homem: satã ou anjo bom? Record, Rio 2008.

 

Antoine de Saint-Exupéry, a vida do espírito e a ética da Terra

29/01/2016
Se é verdade que os transtornos climáticos são antropogênicos, quer dizer, possuem sua gênese nos comportamentos irresponsáveis dos seres humanos (menos dos pobres e muito mais das grandes corporações industriais), então fica claro que a questão é antes ética do que científica. Vale dizer, a qualidade de nossas relações para com a natureza e para com a Casa Comum não eram e não são adequadas e boas.
Citando o Papa Francisco em sua inspiradora encíclica Laudato Si: sobre o cuidado da Casa Comum” (2015): “ Nunca maltratamos e ferimos a nossa Casa Comum como nos últimos dois séculos… Essas situações provocam os gemidos da irmã Terra, que se unem aos gemidos dos abandonados do mundo, com um lamento que reclama de nós outro rumo”(n.53).
Esse outro rumo implica, urgentemente, uma ética regeneradora da Terra. Esta ética deve ser fundada em alguns princípios universais, compreensíveis e praticáveis por todos. É o cuidado essencial, que é uma relação amorosa para com a natureza; é o respeito por cada ser porque possui um valor em si mesmo; é a responsabilidade compartida por todos pelo futuro comum da Terra e da humanidade; é a solidariedade universal pela qual nos entreajudamos; e, por fim, é a compaixão pela qual fazemos nossas as dores dos outros e da própria natureza.
Esta ética da Terra deve devolver-lhe a vitalidade vulnerada afim de que possa continuar a nos presentear com tudo o que sempre nos presenteou durante todos os tempos de nossa existência sobre este planeta.
Mas não é suficiente uma ética da Terra. Precisamos fazê-la acompanhar por uma espiritualidade. Esta lança suas raízes na razão cordial e sensível. De lá nos vem a paixão pelo cuidado e um compromisso sério de amor, de responsabilidade e de compaixão para com a Casa Comum.
O conhecido e sempre apreciado Antoine de Saint-Exupéry, num texto póstumo, escrito em 1943, Carta ao General “X” afirma com grande ênfase: ”Não há senão um problema, somente um: redescobrir que há uma vida do espírito que é ainda mais alta que a vida da inteligência, a única que pode satisfazer o ser humano”(Macondo Libri 2015, p. 31).
Num outro texto, escrito em 1936, quando era correspondente do “Paris Soir”, durante a guerra da Espanha, leva como título “É preciso da um sentido à vida”. Aí retoma o tema da vida do espírito. Para isso, afirma, “precisamos nos entender reciprocamente; o ser humano não se realiza senão junto com outros seres humanos, no amor e na amizade; no entanto, os seres humanos não se unem apenas se aproximando uns dos outros, mas se fundindo na mesma divindade. Temos sede, num mundo feito deserto, sede de encontrar companheiros com os quais condividimos o pão” (Macondo Libri 2015, p.20). E termina a Carta ao General “X”: ”Temos tanta necessidade de um Deus”(op.cit. 36).
Efetivamnte, só a vida do espírito satisfaz plenamente o ser humano. Ela representa um belo sinônimo para espiritualidade, não raro identificada ou confundida com religiosidade. A vida do espírito é mais, é um dado originário de nossa dimensão profunda, um dado antropológico como a inteligência e a vontade, algo que pertence à nossa essência.
Sabemos cuidar da vida do corpo, hoje um verdadeiro culto celebrado em tantas academias de ginástica. Os psicanalistas de várias tendências nos ajudam a cuidar da vida da psique, de como equilibrar nossas pulsões, os anjos e demônios que nos habitam para levarmos uma vida com relativo equilíbrio.
Mas na nossa cultura, praticamente, esquecemos de cultivar a vida do espírito que é nossa dimensão mais radical, onde se albergam as grandes perguntas, se aninham os sonhos mais ousados e se elaboram as utopias mais generosas. A vida do espírito se alimenta de bens não tangíveis como é o amor, a amizade, a compaixão, o cuidado e a abertura ao infinito. Sem a vida do espírito divagamos por aí, desenraizados e sem um sentido que nos oriente e que torna a vida apeticida.
Uma ética da Terra não se sustenta sozinha por muito tempo sem esse supplément d’ame que é a vida do espírito. Ela nos convoca para o alto e para ações salvadoras e regeneradoras da Mãe Terra.

Leonardo Boff é ecoteólogo e escreveu Saber cuidar: ética do humano-compaixão pela Terra, Vozes 1999.

 

 

 

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