Skip to content

ECCO UN UOMO-UOMO: EL INDIO AILTON KRENAK

23/01/2017

In mezzo alla babele dei discorsi politici, golpisti e antigolpisti del nostro tempo,è tonificante e incoraggiante mettersi in contatto col pensiero e la visione della realtà di questo noto leader dei popoli nativi che è Ailton Krenak. Al termine della lettura di interviste e testi riuniti in un libro “Ailton Krenak: incontri” (Azouge A Editorial, Rio, 2015), siamo portati a esclamare: “Ecco qua un uomo tutto d’un pezzo, integrale, vero burum” (burum, essere umano in lingua Krenak).

E’ nato nel 1983 da un famiglia Krenak, in una regione della Valle del Rio Doce, al confine tra lo Stato dello Espirito Santo con lo Stato di Minas Gerais. Durante la sua leadership, furono create due entità importanti per la causa indigena: la Uniao das Naçoes Indigenas (UNI) che mette in gioco qualcosa come 180 etnie differenti e l’ Alleanza dei Popoli della Foresta. Tardi ha frequentato la scuola. Ma questo fatto non ha per lui lo stesso significato che noi gli attribuiamo. “Leggere e scrivere non è per me una capacità superiore a camminare, nuotare, salire sugli alberi, correre, cacciare, fare un paniere, un arco, una freccia”.

Il grande insegnamento proviene dalle tradizioni sacre delle tribù e dall’immersione nella natura e nell’universo..Ironicamente osserva: “Un mio nonno è vissuto 96 anni. Per il mio popolo un guerriero e un saggio; per il governo brasiliano era un bambino, un soggetto da tener d’occhio e da proteggere.

Contro questo tipo di interpretazione e di politica Krenak muove dura critica. Famoso il suo intervento pronunciato il 4 settembre del 1987 all’Assemblea Nazionale Costituente.Si dipinse a lutto e si vestì con il costume dei nativi. Era una protesta contro il modo come essi erano stati cacciati nel corso della storia. Denunciava: “oggi siamo bersaglio di una aggressione che pretende raggiungere nella oro essenza, le nostre credenze e la nostra speranza…..il popolo dei nativi ha bagnato con il sangue ogni ettaro degli otto milioni di chilometri quadrati del Brasile”. Comunque provò felicità per le leggi approvate a favore dei popoli nativi nella Costituzione, anche se sono continuamente violate.

Mai dobbiamo dimenticare una delle pagine più vergognose crudeli della nostra storia. Dom Joao VI non appena arrivato in Brasile decretò con la Carta Regia del 13 maggio 1808 una Guerra offensiva contro ciò che chiamavano botocudos (da botoque, pezzetti di legno che infilavano nel labbro inferiore, così, per bellezza). Nella lettera si decretava: “ dovete considerare come iniziata contro questi Indios antropofaghi una guerra offensiva che continuerete sempre di anno in anno durante la stagione secca e che non avrà fine, se non quando avrete la soddisfazione di essere i padroni delle loro abitazioni e di far loro capire la superiorità delle mie regali armi in maniera tale che mossi da giusto terrore delle stesse chiedano la pace e si assoggettino al dolce giogo delle Leggi. Niente di più arrogante e bugiardo (non erano antropofagi) di un simile testo. I Krenak furono quasi sterminati. Ma si nascosero nei boschi e lentamente si ripresero: tribù coraggiosa, intelligente e capaci di lottare.

La principale lotta di Ailton Krenak è la preservazione della identità tribale sia nei loro territori, sia nelle zone urbane. Mostra gli equivoci dei tentativi di acculturarli, di incorporarli alla società nazionale, insomma di civilizzarli senza rendersi conto dell’immensa sapienza ancestrale di cui sono portatori e della comunione profonda che vivono con la natura e con l’universo. Attualmente, in mezzo a una crisi universale ecologica, dimostrano di essere maestri e dottori.

“Noi siamo indios solo per i bianchi”, dice Krenak. Noi abbiamo la nostra identità e il nostro nome: Krenak, yanomami, guarani-kaiowa e altri. “Per noi l’America Latina non esiste; esiste l’universo.

Lui e quelli della sua tribù sono profondamente religiosi. Lui dice :” io sono praticante, ma non sono obbligato ad andare in una chiesa, non devo andare a messa. Io mi relaziono con il mio Creatore, mi relaziono con la natura e con i fondamenti della tradizione del mio popolo”.

In un’altra intervista afferma : “i krenak credono che noi siamo parte della natura, gli alberi sono nostri fratelli, le montagne pensano e sentono. Tutto ciò fa parte della nostra sapienza, della memoria della creazione del mondo”. Qui emerge la stessa esperienza di San Francesco di Assisi e ci rimanda all’enciclica sulla ecologia integrale di Papa Francesco. Con coraggio difende il sacro che sta in tutte le cose.

Mi ricordo che in uno dei primi Congressi sull’ecologia realizzato in Brasile toccò a me esporre la visione di San Francesco sulla fraternità universale, con il sole e con tutti gli esseri. Alla fine disse il cacicco e sciamano Davi Kopenawa dei yanomamis:” questo non è un santo cattolico; lui è come noi un nativo.

Infine vale la pena udire questa testimonianza di Ailton Krenak: “io penso che c’è stata una scoperta del Brasile da parte dei bianchi nel 1500 e poi una scoperta del Brasile da parte degli Indios nella decade del 1970 e 1980. Ora è in vigore quest’ultima, gli Indios hanno scoperto che, nonostante che essi siano simbolicamente i padroni del Brasile, essi non hanno nessun posto per vivere in questo paese. Dovranno portare gradualmente all’esistenza questo luogo esprimendo la loro visione del mondo, la loro potenza come esseri umani, il loro pluralismo la loro volontà di essere e di vivere”. Tutti dobbiamo appoggiare questi giusti desideri.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

He aquí a un hombre-hombre: el indígena Ailton Krenak

23/01/2017

En medio de la babel de los discursos políticos, golpistas y anti-golpistas de la actualidad es refrescante y animador entrar en contacto con el pensamiento y la visión de la realidad de este destacado líder de los pueblos originarios que es Krenak. Al final de la lectura de las entrevistas y textos recogidos en el libro “Ailton Krenak: encuentros” (Azouge La editorial, Río de Janeiro, 2015) nos lleva a exclamar: “He aquí un hombre entero e integral, un verdadero” Burum “(ser humano, en lengua krenak).

Nació en 1953 en la familia indígena de los Krenak que se encuentra en el Valle del Río Doce, en la frontera de Espírito Santo y Minas Gerais. Bajo su dirección se crearon dos órganos importantes para la causa indígena: la Unión de las Naciones Indígenas (UNI) que articula alrededor de 180 etnias diferentes y la Alianza de los Pueblos del Bosque. Se alfabetizó tardíamente, pero para él este hecho no tiene el significado que nosotros le atribuimos. “La escritura y lectura para mí, no es una virtud mayor que caminar, nadar, trepar a los árboles, correr, cazar, hacer un cesto, un arco, una flecha”.

La gran enseñanza viene de las tradiciones sagradas de las tribus y de la inserción en la naturaleza y en el universo. Irónicamente observa: “Mi abuelo vivió hasta los 96 años. Para mi pueblo era un sabio y un guerrero; para el gobierno brasileño era un niño, un sujeto que debía ser vigilado y tutelado”.

Contra este tipo de interpretación y de política Krenak ha lanzado duras críticas. Fue famoso su discurso el 4 de septiembre de 1987 en la Asamblea Nacional Constituyente. Delante de todos se pintó de luto y se vistió con los símbolos indígenas. Era una protesta en contra de la forma como han sido tratados históricamente. Denunciaba: “Hoy somos el blanco de una agresión que tiene como objetivo tocar, en su esencia, nuestra fe y nuestra confianza… los indígenas han regado con sangre cada hectárea de los 8 millones de kilómetros cuadrados de Brasil”. Pero quedó contento con las leyes aprobadas a favor de los pueblos originarios en la Constitución, a pesar de que se violen continuamente.

Nunca debemos olvidar una de las páginas más vergonzosas y crueles de nuestra historia. Don Juan VI apenas llegó a Brasil decretó por Carta Regia del 13 de de mayo de 1808 una guerra ofensiva contra lo que ellos llamaban botocudos (el adorno que utiliza el labio, el botoque). En ella se decretaba: debéis considerar como iniciada contra estos indios caníbales una guerra ofensiva que seguiréis siempre en todos los años en la estación seca y que no tendrá fin, sino cuando tengáis la felicidad de enseñorearos de sus casas y de capacitarlos de la superioridad de mi armas reales, de tal manera que, movidos por el terror de las mismas, soliciten la paz y la sujeción al suave yugo de las leyes. Nada más arrogante y mentiroso (no eran antropófagos) que semejante texto. Los Krenak casi fueron exterminados. Pero se internaron en el bosque y poco a poco se rehicieron como una tribu valiente, inteligente y guerrera que generó a Ailton Krenak.

La lucha principal de Ailton es la preservación de la identidad tribal, sea en sus territorios, sea en las zonas urbanas. Muestra los errores de los intentos de aculturarlos para incorporarlos a la sociedad nacional, con el fin de civilizarlos, sin darse cuenta de la inmensa sabiduría ancestral de la que son portadores y de la profunda comunión que viven con la naturaleza y el universo. En la actualidad, en medio de la crisis ecológica universal, se muestran nuestros maestros y doctores.

“Somos indios solamente para los blancos”, dice Krenak. Nosotros tenemos nuestra identidad y nombre: krenak, yanomami, guaraní kaiowá y otros. “Para nosotros no existe América Latina; existe el universo”.

Él y su tribu son profundamente religiosos. Él dice: “Yo practico, pero no tengo que ir a un templo, no tengo que ir a una misa. Me relaciono con mi Creador, me relaciono con la naturaleza y con los fundamentos de la tradición de mi pueblo”. En otra entrevista, dijo: “Los Krenak piensan que somos parte de la naturaleza, los árboles son nuestras hermanos, las montañas piensan y sienten. Esto es parte de nuestra sabiduría, de la memoria de la creación del mundo”. Aquí surge la misma experiencia de San Francisco de Asís y nos recuerda la encíclica sobre la ecología integral del Papa Francisco. Con valor defiende lo sagrado que está en todas las cosas.

Recuerdo que en uno de los primeros congresos habidos en Brasil me tocó exponer la visión de San Francisco sobre la fraternidad universal, con el sol y con todos los seres. Al final, dijo el jefe y chamán yanomami Davi Kopenawa: “este no es un santo católico; es como nosotros, un indígena”.

Por último vale la pena escuchar este testimonio de Ailton Krenak: “Creo que hubo un descubrimiento de Brasil por los blancos en 1500 y después un descubrimiento de Brasil por los indios en 1970 y 1980. El que vale es este último. Los indios descubrieron que, a pesar de que son simbólicamente los propietarios de Brasil, no tienen dónde vivir en este país. Ellos tendrán que hacer que este lugar exista día a día expresando su visión del mundo, su potencia como seres humanos, su pluralidad, su deseo de ser y de vivir”. Debemos todos apoyar este justo desideratum.

*Leonardo Boff é articulista del JB online y ha escrito: O casamento do Céu com a Terra, Mar de Ideias, Rio 2010.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Este é o cara, o homem-burum: Ailton Krenak

21/01/2017

No meio da balbúrdia dos discursos politicos, golpistas e anti-golpistas da atualidade é refrescante e animador entrar em contacto com o pensamento e a visão da realidade desta notável liderança dos povos originários que é Ailton Krenak. Ao término da leitura das entrevistas e textos reunidos em livro “Ailton Krenak: encontros” (Azouge A Editorial, Rio, 2015) somos levados a exclamar: “Este é o  cara. Eis aqui  um homem inteiro e integral, um verdadeiro “burum”(ser humano em lingua krenak).

Nasceu em 1953 da família indígena dos Krenak que se situa no vale do Rio Doce na divisa do Espírito Santo com Minas Gerais. Sob sua liderança foram criadas duas entidades importantes para a causa indígena: a União das Nações Indígenas (UNI) que articula cerca de 180 etnias diferentes e a Aliança dos Povos da Floresta. Alfabetizou-se tardiamente. Mas para ele o fato não tem o significado que nós lhe atribuimos. “Escrever e ler para mim não é uma virtude maior do que andar, nadar, subir em árvores, correr, caçar, fazer um balaio, um arco, uma flecha”.

O grande ensinamento vem das tradições sagradas das tribos e da inserção na natureza e no universo. Ironicamente observa:”meu avô viveu até 96 anos. Para meu povo ele foi um sábio e um guerreiro; para o governo brasileiro foi um  menino, um sujeito que devia ser vigiado e tutelado”.

Contra esse tipo de interpretação despectiva e de política discricionária, Krenak move dura crítica. Famoso foi seu discurso pronunciado a 4 de setembro de 1987 na Assembléia Nacional Constitinte. Diante de todos pintou-se de luto e se vestiu com os símbolos indígenas. Era um protesto contra a forma como eles foram historicamente tratados. Denunciava:”Hoje somos alvo de uma agressão que pretende atingir, na essência, a nossa fé e a nossa confiança…o povo indígena tem regado com sangue cada hectare dos 8 milhões de quilômetros do Brasil”. Mas ficou feliz com as leis aprovadas a favor dos povos originários na Constituição, embora sejam continuamente violadas.

Jamais devemos esquecer uma das páginas mais vergonhosas e cruéis de nossa história. Dom João VI mal chegado ao Brasil decretou por Carta Regia de 13 de maio de 1808 uma Guerra ofensiva contra o que chamavam de botocudos (pelo enfeito que usavam no lábio, o botoque). Aí se decretava: deveis considerar como principiada contra estes índios antropófagos uma guerra ofensiva que continuareis sempre em todos os anos nas estações secas e que não terá fim, senão quando tiverdes a felicidade de vos senhorear de suas habitações e de os capacitar da superioridade das minhas reais armas de maneira tal que movidos do justo terror das mesmas, peçam a paz e sujeitando-se ao doce jugo das Leis”. Nada mais arrogante e mentiroso (não eram antropógagos) que semelhante texto. Os Krenak quase foram extermiandos. Mas embrenharam-se nas matas e lentamente se refizeram como uma tribo corajosa, inteligente e guerreira que gerou Ailton Krenak.

A principal luta de Ailton é a preservação da identidade tribal seja em seus territórios, seja nas zonas urbanas. Mostra os equívocos das tentativas de aculturá-los, de incorporá-los à sociedade nacional, em fim de “civilizá-los” sem dar-se conta da imensa sabedoria ancestral de que são portadores  e da comunhão profunda que entretém com a natureza e o universo. Atualmente, em meio à crise universal ecológica, mostram-se nossos mestres e nossos doutores.

“Nós somos índios só para os brancos”, diz Krenak. Nós temos nossa identidade e nome: krenak, yanomami, guarani-kaiowa e outros. “Para nós não existe a América Latina; existe o universo”.

Ele e os de sua tribo são profundamente religiosos. Diz ele: “eu pratico, mas eu não tenho que ir a um  templo, não tenho que ir a uma missa. Eu me relaciono com o meu Criador, me relaciono com a natureza e com os fundamentos da tradição de meu povo”. Numa outra entrevista afirma:”Os Krenak acham que nós somos parte da natureza, as árvores são as nossas irmãs, as montanhas pensam e sentem. Isso faz parte de nossa sabedoria, da memória da criação do mundo”. Aqui emerge a mesma experiência de São Francisco de Assis e nos remete à encíclica sobre a ecologia integral do Papa Francisco. Com coragem, contra o profanismo de nossa modernidade, defende o sagrado que está em todas as coisas.

Lembro-me que num dos primeiros congressos sobre ecologia havidos no Brasil coube-me expor a visão de São Francisco sobre a fraternidade universal, com o sol e com todos os seres. Ao término disse o cacique e xamâ Davi Kopenawa dos yanomamis: “esse não é um santo católico; ele é como nós, um indígena”.

Por fim vale ouvir este testemunho de Allton Krenak:”Eu acho que teve uma descoberta do Brasil pelos brancos em 1500 e depois uma descoberta do Brasil pelos índios na década de 1970 e 1980. A que está valendo é esta última. Os índios descobriram que, apesar de eles serem simbolicamente os donos do Brasil, eles não tem lugar nenhum para viver nesse pais. Terão que fazer esse lugar existir dia a dia expressando sua visão do mundo, sua potência como seres humanos, sua pluralidade, sua vontade de ser e de viver”. Devemos todos apoiar esse justo desiderato.

Leonardo Boff é articulista do JB on line e escreveu: O casamento do Céu com a Terra, Mar de Ideias, Rio 2010.

 

O colossal saque dos europeus aos bens da América indígena:a base do capitalismo

17/01/2017

A 26 de julho de 2013 Evo Morales Ayma, presidente do estado plurinacional da Bolívia pronunciou um discurso estarrecedor diante dos poderosos europeus, chefes de Estado e dignatários da Comunidade Européia e outros sobre a dívida que eles, os europeus, contrairam sem nunca terem pago um centavo sequer com a América indígena mediante um espantoso saque de sua riqueza:185 mil quilos de ouro e 16 milhões de quilos de prata entre os anos 1503-1600. Sabemos pelos historiadores que essa surripiada riqueza indígena serviu de base para a introdução e consolidação do sistema capitalista europeu e do bem estar que puderam propiciar a suas populações. Sempre à custa da expoliação dos bens naturais destas terras conquistadas, além do ouro e da prata, as madeiras, o açucar, o fumo, os corantes entre outros  bens. Essa dívida nunca foi reconhecida. E o discurso sereno e humilde de Evo Morales que calou fundo nas consciências dos ouvintes, deixando-os mudos e cabisbaixos, foi boicotado pela imprensa internacional e também nacional dos vários países latino-americanos. Mas finalmente, agora, anos depois, veio à luz. É importante ouvir esta voz indígena. Fala serenamente, sem rancor e espírito de vingança, apenas com alto sentido ético de justiça e de compensação histórica.Ela nos revela parte de uma história construída sobre a perversidade e a exploração de inteiros povos originários, deixando marcas e feridas até os dias de hoje. No Brasil ocorreu o mesmo processo e, de certa forma, continua ainda pelos descendentes da Casa Grande que se aproveitam da crise atual para drenarem para suas riquíssimas contas grande parte da renda nacional. Lboff

*********************************

Eis o comovente discurso de Evo Morales: Diálogos do Sul • Publicado em: 26/07/2013.

“Aqui eu, Evo Morales, vim encontrar aqueles que participam da reunião.

Aqui eu, descendente dos que povoaram a América há quarenta mil anos, vim encontrar os que a encontraram há somente quinhentos anos.

Aqui pois, nos encontramos todos. Sabemos o que somos, e é o bastante. Nunca pretendemos outra coisa.

O irmão aduaneiro europeu me pede papel escrito com visto para poder descobrir aos que me descobriram. O irmão usurário europeu me pede o pagamento de uma dívida contraída por Judas, a quem nunca autorizei a vender-me.

O irmão rábula europeu me explica que toda dívida se paga com bens ainda que seja vendendo seres humanos e países inteiros sem pedir-lhes consentimento. Eu os vou descobrindo. Também posso reclamar pagamentos e também posso reclamar juros. Consta no Archivo de Indias, papel sobre papel, recibo sobre recibo e assinatura sobre assinatura, que somente entre os anos 1503 e 1660 chegaram a San Lucas de Barrameda 185 mil quilos de ouro e 16 milhões de quilos de prata provenientes da América.

Saque? Não acredito! Porque seria pensar que os irmãos cristãos pecaram em seu Sétimo Mandamento.

Expoliação? Guarde-me Tanatzin (a Mãe Terra) de que os europeus, como Caim, matam e negam o sangue de seu irmão!

Genocídio? Isso seria dar crédito aos caluniadores, como Bartolomé de las Casas, que qualificam o encontro como de destruição das Índias, ou a radicais como Arturo Uslar Pietri, que afirma que o avanço do capitalismo e da atual civilização europeia se deve à inundação de metais preciosos!

Não! Esses 185 mil quilos de ouro e 16 milhões de quilos de prata devem ser considerados como o primeiro de muitos outros empréstimos amigáveis da América, destinado ao desenvolvimento da Europa. O contrário seria presumir a existência de crimes de guerra, o que daria direito não só de exigir a devolução imediata, mas também a indenização pelas destruições e prejuízos. Não

Eu, Evo Morales, prefiro pensar na menos ofensiva destas hipóteses.

Tão fabulosa exportação de capitais não foram mais que o início de um plano ‘MARSHALLTESUMA’, para garantir a reconstrução da bárbara Europa, arruinada por suas deploráveis guerras contra os cultos muçulmanos, criadores da álgebra, da poligamia, do banho cotidiano e outras conquistas da civilização.

Por isso, ao celebrar o Quinto Centenário do Empréstimo, poderemos perguntar-nos: Os irmãos europeus fizeram uso racional, responsável ou pelo menos produtivo dos fundos tão generosamente adiantados pelo Fundo Indoamericano Internacional? Lastimamos dizer que não. Estrategicamente, o dilapidaram nas batalhas de Lepanto, em armadas invencíveis, em terceiros reichs e outras formas de extermínio mútuo, sem outro destino que terminar ocupados pelas tropas gringas da OTAN, como no Panamá, mas sem canal. Financeiramente, têm sido incapazes, depois de uma moratória de 500 anos, tanto de cancelar o capital e seus fundos, quanto de tornarem-se independentes das rendas líquidas, das matérias primas e da energia barata que lhes exporta e provê todo o Terceiro Mundo.

Este deplorável quadro corrobora a afirmação de Milton Friedman segundo a qual uma economia subsidiada jamais pode funcionar e nos obriga a reclamar-lhes, para seu próprio bem, o pagamento do capital e os juros que, tão generosamente temos demorado todos estes séculos em cobrar. Ao dizer isto, esclarecemos que não nos rebaixaremos a cobrar de nossos irmãos europeus as vis e sanguinárias taxas de 20 e até 30 por cento de juros, que os irmãos europeus cobram dos povos do Terceiro Mundo. Nos limitaremos a exigir a devolução dos metais preciosos adiantados, mais o módico juros fixo de 10 por cento, acumulado somente durante os últimos 300 anos, com 200 anos de graça.

Sobre esta base, e aplicando a fórmula europeia de juros compostos, informamos aos descobridores que nos devem, como primeiro pagamento de sua dívida, uma massa de 185 mil quilos de ouro e 16 milhões de quilos de prata, ambos valores elevados à potência de 300. Isto é, um número para cuja expressão total, seriam necessários mais de 300 algarismos, e que supera amplamente o peso total do planeta Terra.

Muito pesados são esses blocos de ouro e prata. Quanto pesariam, calculados em sangue?

Alegar que a Europa, em meio milênio, não pode gerar riquezas suficientes para cancelar esse módico juro, seria tanto como admitir seu absoluto fracasso financeiro e/ou a demencial irracionalidade das bases do capitalismo.

Tais questões metafísicas, desde logo, não inquietam os indoamericanos. Mas exigimos sim a assinatura de uma Carta de Intenção que discipline os povos devedores do Velho Continente, e que os obrigue a cumprir seus compromissos mediante uma privatização ou reconversão da Europa, que permita que a nos entregue inteira, como primeiro pagamento da dívida histórica.

http://www.dialogosdosul.org.br/

 

 

El Dios brasilero es Moloc que devora a sus hijos

16/01/2017

Se dice que Dios es brasilero, no el Dios de la ternura de los humildes sino el Moloc de los amonitas que devora a sus hijos. Somos uno de los países más desiguales, injustos y violentos del mundo. Teológicamente vivimos en una situación de pecado social y estructural en contradicción con el proyecto de Dios. Basta considerar lo que ocurrió en las prisiones de Manaus, Rondônia y Roraima. Es pura barbarie: la furia decapita, perfora los ojos y arranca el corazón.

No hay una violencia en Brasil. Estamos asentados sobre estructuras histórico-sociales violentas, oriundas del genocidio indígena, del colonialismo humillante y del esclavismo inhumano. Y no hay como superar estas estructuras sin antes superar esta tradición nefasta.

¿Cómo hacerlo? Es un desafío que demanda una transformación colosal de nuestras relaciones sociales. ¿Será posible todavía o estamos condenados a ser un país paria? Veo que es posible a condición de seguir, entre otros, estos dos caminos elaborados desde abajo: la gestación de un pueblo a partir de los movimientos sociales y la instauración de una democracia social de base popular.

La gestación de un pueblo: los que nos colonizaron no vinieron para crear una nación, sino para fundar una empresa comercial a fin de enriquecerse rápidamente, hacerse hidalgos (hijos de algo), regresar a Portugal y disfrutar de la riqueza acumulada. Sometieron primero a los indios y después trajeron a los negros africanos como mano de obra esclava. Se creó aquí una masa humana dominada por las élites, humillada y despreciada hasta los días actuales.

Exceptuando revueltas anteriores, a partir de los años 30 del siglo pasado hubo un cambio histórico. Surgieron los sindicatos y los más variados movimientos sociales. En su seno fueron surgiendo actores sociales conscientes, críticos, con voluntad de modificar la realidad social y de gestar las semillas de una sociedad más participativa y democrática.

La articulación de esas asociaciones há generado el movimiento popular brasilero. Está haciendo de la masa un pueblo organizado que no existía antes como pueblo, pero que ahora está naciendo. Obliga a la sociedad política a escucharlo, a negociar, y a disminuir de esta manera los niveles de violencia estructural.

La creación de una democracia social, de base popular: tenemos una democracia representativa de bajísima intensidad, llena de vicios políticos, corrupta, con representantes electos, en general, por las grandes empresas cuyos intereses representan.

Pero en contrapartida, como fruto de la organización popular, ya se han producido partidos populares o segmentos de partidos progresistas e incluso liberales-burgueses o tradicionalmente de izquierda que postulan reformas profundas en la sociedad y buscan conquistar el poder del Estado, ya sea municipal, estatal o federal.

Esta democracia participativa se basa, fundamentalmente, en estas cuatro patas, como las de una mesa:
· participación la más amplia posible, de todos, de abajo hacia arriba, de tal suerte que cada uno se pueda considerar como ciudadano activo;
· igualdad, que resulta de los grados de participación; ella da al ciudadano más oportunidades de vivir mejor. Frente a las desigualdades existentes, hay que fortalecer la solidaridad social;
· respeto a las diferencias de todo orden; por eso, una sociedad democrática debe ser pluralista, multiétnica, pluri-religiosa y con varios tipos de propiedad;
· valorización de la subjetividad humana; el ser humano no es solo un actor social, es una persona, con su visión del mundo y que cultiva valores de cooperación y solidaridad que humanizan las instituciones y las estructuras sociales.

Esta mesa está asentada además sobre una base, sin la cual no se sostiene: una nueva relación con la naturaleza y con la Tierra, nuestra Casa Común, como recalca la encíclica ecológica del Papa Francisco. En otras palabras, esta democracia deberá incorporar el momento ecológico, fundado en otro paradigma. El vigente, centrado en el poder y la dominación en función de la acumulación ilimitada, ha encontrado una frontera insuperable: los límites de la Tierra y de sus bienes y servicios no renovables. Una Tierra limitada no soporta un proyecto de crecimiento ilimitado. Por forzar estos límites, asistimos al calentamiento global y a los eventos extremos vividos en este año de 2017 con nevadas en casi toda Europa que no ocurrían desde hace cien años.

Esta conciencia de los límites, que crece más y más, nos obliga a pensar en un nuevo paradigma de producción, de consumo y de reparto de los recursos escasos entre los humanos y también con la comunidad de vida (la flora y la fauna que también son creadas por la Tierra y necesitan sus nutrientes). Aquí entran los valores del cuidado, de la corresponsabilidad y de la solidaridad de todos con todos, sin los cuales el proyecto jamás prosperará.

A partir de estas premisas podemos pensar en la superación de nuestras estructuras sociales violentas. El resto es trampear el cambio para que nada cambie.

*Leonardo Boff es articulista del JB online y escritor.

Traducción de Mª José Gavito

O Deus brasileiro é Moloc que devora seus filhos

14/01/2017

         Diz-se que Deus é brasileiro, não o Deus da ternura dos humildes mas o Moloc dos amonitas que devora seus filhos. Somos um dos países mais desiguais, injustos e violentos do mundo. Teologicamente vivemos numa situação de pecado social e estrutural em contradição com o projeto de Deus. Basta considerar o que ocorreu nos presídios de Manaus, Rondônia e Roraima. É pura barbárie: a fúria decapita, fura os olhos e arranca o coração.

Não há uma violência no Brasil. Estamos assentados sobre estruturas histórico-sociais violentas, vindas do genocídio indígena, do colonialismo humilhante e do escravagismo desumano. Não há como superar estas estruturas sem antes superar esta tradição nefasta.

Como fazê-lo? Esse é um desafio que demanda uma transformação colossal de nossas relações sociais. Será ainda possível ou estamos condenados a sermos um país pária? Vejo ser possível à condição de seguirmos estes dois caminhos, entre outros, elaborados a partir de baixo: a gestação de um povo a partir dos movimentos sociais e a instauração de uma democracia social de base popular.

A gestação de um povo: os que nos colonizaram não vinham para criar uma nação, para fundar uma empresa comercial a fim de enricar rapidamente, tornar-se fidalgos (filhos de algo), regressar a Portugal e desfrutar da riqueza acumulada. Submeteram primeiro os índios e depois introduziram os negros africanos como mão-de-obra escrava. Criou-se aqui uma massa humana dominada pelas elites, humilhada e desprezada até os dias atuais.

Abstraindo das revoltas anteriores, a partir dos anos 30 do século passado houve uma virada histórica. Surgiram os sindicatos e os mais variados movimentos sociais. Em seu seio foram surgindo atores sociais conscientes, críticos, com vontade de modificar a realidade social e de gestar as sementes de uma sociedade mais participativa e democrática.

A articulação dessas associações gerou o movimento popular brasileiro. Ele está fazendo da massa um povo organizado que não existia antes como povo mas que agora está nascendo. Ele obriga a sociedade política e escutá-lo, a negociar, e destarte a diminuir os níveis de violência estrutural.

         A criação de uma democracia social, de base popular: possuímos uma democracia representativa de baixíssima intensidade, cheia de vícios políticos, corrupta com representantes eleitos, em geral, pelas grandes empresas cujos interesses representam.

Mas em contrapartida, como fruto da organização popular já se produziram partidos populares ou segmentos de partidos progressistas e até liberais-burgueses ou tradicionalmente de esquerda que postulam reformas profundas na sociedade e visam a conquistar o poder de Estado, seja municipal, estadual ou federal.

Essa democracia participativa se baseia, fundamentalmente, nestes quatro pés, com os de uma mesa.

  • participação a mais ampla possível de todos, de baixo para cima, de tal sorte que cada um possa se entender como cidadão ativo;
  • igualdade, que resulta dos graus de participação; ela confere ao cidadão mais chances de viver melhor. Em face das desigualdades subsistentes, deve vigorar a solidariedade social;
  • respeito às diferenças de toda ordem; por isso, uma sociedade democrática deve ser pluralista, multiétnica, pluri-religiosa e com vários tipos de propriedade;
  • valorização da subjetividade humana – o ser humano não é apenas um ator social, é uma pessoa, com sua visão de mundo e que cultiva valores de cooperação e solidariedade que humanizam as instituições e as estruturas sociais.

Esta mesa, entretanto, está assentada sobre uma base, sem a qual ela não se sustenta: uma nova relação para com a natureza e para com a Terra, nossa Casa Comum como enfatiza a encíclica ecológica do Papa Francisco. Em outras palavras, esta democracia deverá incorporar o momento ecológico, fundado num outro paradigma. O vigente, centrado no poder e da dominação em função da acumulação ilimitada, encontrou uma fronteira insuperável: os limites da Terra e de seus bens e serviços não renováveis. Uma Terra limitada não suporta um projeto ilimitado de crescimento. Por forçar estes limites, assistimos ao aquecimento global e aos eventos extremos vividos neste ano de 2017 com neves em toda a Europa que não ocorriam há cem anos.

Esta consciência dos limites que cresce mais e mais, nos obriga a pensar num novo paradigma de produção, de consumo e de repartição dos recursos escassos entre os humanos e também com a comunidade de vida ( a flora e a fauna que também são criadas pela Terra e que precisam de seus nutrientes). Aqui entram os valores do cuidado, da corresponsabilidade e da solidariedade de todos com todos, sem os quais o projeto jamais prosperará.

A partir destas premissas podemos pensar na superação de nossas estruturas sociais violentas. O resto é tapeação de mudança para que nada mude.

 

Leonardo Boff é articulista do JB on line e escritor.

 

 

“O Papa Francisco é um dos nossos”: entrevista em alemão de L.Boff

09/01/2017

Passando em final de novembro por Berlim em razão de um congresso cientiifico, dei uma entrevista a Joachim Frank publicada por Kölner Stadt Anzeiger, 25-12-2016. A tradução é de Walter O. Schlupp. Esta entrevista foi replicada em muitos meios de vários países encontrando ampla aceitação pela liberdade que tomei na fala e pela forma direta como respondi as perguntas. Passados já muitos anos e ouvindo as críticas que o Papa Francisco fez a cardeais, bispos, padres e teólogos com expressões fortes e irônicas (“alguns têm cara de vinagre; se mostram tristes como se fossem ao próprio enterro; parece que vivem sempre na sexta-feira santa” entre outras) e relendo meu livro Igreja: carisma e poder no qual fazia também críticas ao lado excessivamente forte do momento do poder em detrimento do carisma na Igreja (o que me levou ao “silêncio obseq1uioso” que me foi imposto mas que não significou nenhuma excomunhão) esse meu livro,comparado com as palavras do Papa, me parece até um texto de piedade. Como mudam os tempos e desta vez para muito melhor. Aqui vai a entrevista como foi dada originalmente em alemão que ainda lembro dos meus tempos de estudos em Munique no final dos anos 60 do século passado. Lboff

Eis a entrevista.

Sr. Boff, o senhor gosta de canções de Natal?

O que o senhor acha? (cantarolando): “Noi – te fe – liz, noi – te fe – liz …” Em toda família que celebra o Natal a gente canta isso. No Brasil isso também é tradição, como entre vocês na Alemanha.

O senhor não acha que essa espécie de Natal cafona e comercializado?

Isso varia de um país para o outro. É claro que o Natal virou um grande negócio. Mesmo assim continua a alegria do convívio com a família, e para muitas pessoas também é um momento de fé. E do jeito que eu vivenciei o Natal na Alemanha, é uma festa do coração, um clima muito especial, maravilhoso.

Como é que uma fé que no Natal fala de “Deus da paz” combina com a falta de paz que estamos experimentando por toda a parte?

A maior parte da fé é promessa. Ernst Bloch diz: “A verdadeira Gênese está não no começo, mas no final, e ela só começa quando a sociedade e a existência se tornam radicais. na justiça e na verdade.” A alegria do Natal está nesta promessa: a Terra e as pessoas não estão condenadas a continuar sempre desse jeito como experimentamos, com todas as guerras, violência e fundamentalismo. Na fé não se promete que agora tudo estará bem. E, apesar de todos os enganos, descaminhos e reveses, vamos ao encontro de um final bom. O verdadeiro significado do Natal não está no fato de “Deus se ter tornado gente”, mas que ele veio para nos dizer: “Vocês pertencem a mim, e quando vocês morrerem, estarão sendo chamados  para casa.”

O Natal significa que Deus vem para nos buscar?

Sim. Encarnação significa que algo de nós já é divino, eternizado. O divino está em nós mesmos. Em Jesus isto se mostrou da forma mais nítida. Mas está presente em todas as pessoas. Na perspectiva evolutiva, Deus não vem de fora para o mundo, e sim surge de dentro do mundo. Jesus é o aparecimento do divino na evolução – embora não o único. O divino também aparece em Buda, em Mahatma Gandhi e em outras grandes personagens de fé.

Isto não parece muito católico.

Não diga isso. Toda a teologia franciscana da Idade Média entendeu Cristo como parte da criação – não só como redentor de culpa e pecado, que vem de cima e de fora para o mundo. Encarnação, sim, também é redenção. Mas sobretudo e em primeiro lugar é uma exaltação, uma divinização da criação. E mais uma coisa é importante no Natal. Deus aparece em forma de criança. Não como velho grisalho e barbudo …

Como o senhor …

Bem, se for o caso, pareço mais com Karl Marx. Para mim o importante é o seguinte: quando, no entardecer de nossa vida, tivermos que nos responsabilizar perante o juiz divino, estaremos diante de uma criança. Mas uma criança não condena ninguém. Criança quer brincar e estar junto com outras. É preciso enfatizar esse aspecto da fé que é profundamente libertador.

O senhor é um dos mais eminentes representantes da teologia da libertação e, a bem dizer, acabou sendo rehabilitado pelo papa Francisco. Seria essa também uma reabilitação pessoal sua, depois de décadas de disputas com o Papa João Paulo II e seu principal guardião da fé, Joseph Ratzinger, depois Papa Bento XVI?

Francisco é um dos nossos. Ele transformou a teologia da libertação num bem comum da igreja. E ele a ampliou. Quem hoje fala dos pobres também precisa falar da Terra, porque é o grande pobre e também esta está sendo depredada e violada. “Ouvir o clamor dos pobres” significa ouvir o clamor dos animais, das matas, de toda a criação torturada. A Terra inteira está gritando. Portanto, diz o papa, citando o título de um livro meu, hoje precisamos ouvir o grito dos pobres e ao mesmo tempo o da Terra. Ambos precisam ser libertos. Faz bastente tempo em que me ocupei intensivamente com essa ampliação da teologia da libertação. Esta também é a grande novidade em “Laudato si” …

… que é a “eco-encíclica’“ do Papa, de 2015. Quanto de Leonardo Boff se encontra em Jorge Mario Bergoglio?

A encíclica é do Papa. Mas ele consultou muitos especialistas.

Ele leu os seus livros?

Mais do que isso. Ele me solicitou material para a “Laudato si”. Eu o aconselhei e enviei algumas coisas que tinha escrito. Isso ele também utilizou. Certas pessoas me disseram que durante a leitura teriam pensado: “Ora, isso é Boff!” Aliás, o Papa Francisco me disse: “Não mande a papelada diretamente para mim.”

E porque não?

Ele disse: “Senão os sottosegretari [funcionários da administração do Vaticano; a red.] interceptam o material e não o receberei. Manda de preferência para o embaixador argentino, com quem tenho bons contatos. Então com certeza vou receber.” É preciso saber que o atual embaixador no Vaticano é um velho conhecido do Papa, do seu tempo em Buenos Aires. Tomaram mate juntos muitas vezes. Um dia antes da publicação da Encíclica o Papa ainda mandou ele ligar para mim para expressar seu agradecimento pela minha colaboração.

Mas um encontro pessoal com o Papa ainda está em aberto?

Ele buscou a conciliação com os principais representantes da teologia da libertação, com Gustavo Gutiérrez, Jon Sobrino, Arturo Paoli e também comigo. Com referência ao Papa Bento respectivamente Joseph Ratzinger eu disse “Mas o outro ainda está vivo!” Ele não aceitou. “Não”, disse ele, “il Papa sono io” – “o Papa sou eu.” Portanto não deveríamos deixar de ir. Por aí se vê a coragem e a postura resoluta dele.

Por que sua visita ainda não deu certo?

Eu tinha um convite e até já tinha aterrissado em Roma. Só que justamente nesse dia, imediatamente antes do início do Sínodo sobre a Família em 2015, 13 cardeais, entre eles o cardeal alemão Gerhard Müller, Prefeito da Congregação para a Doutrina da Fé, estavam ensaiando a rebelião contra o Papa com uma carta a ele dirigida, a qual, porém – olha só, quem diria! – também acabou publicada no jornal de Sandro Magister, famoso opositor do Papa Francisco. O Papa ficou furioso e me disse: “Boff, não tenho tempo. Antes do sínodo preciso acalmar as coisas. Vamos nos ver numa outra ocasião.”

Isso de acalmar as coisas também não deu muito certo, ou?

O Papa está sentindo a força do vento contrário vindo das próprias fileiras, principalmente dos Estados Unidos. Esse Cardeal Burke, Leo Burke, que agora, junto com o Cardeal Emérito Meisner de vocês, já escreveu uma carta de novo; ele é o Donald Trump da Igreja Católica. (ri) Só que, diferentemente do Trump, Burke agora está neutralizado na cúria. Graças a Deus. Essa gente realmente acredita que precisa corrigir o Papa. É como se estivessem acima do Papa. Isso é fora do comum, para não dizer inaudito na história da igreja. Pode-se criticar o Papa, discutir com ele. Isso também fiz bastante. Mas cardeais acusarem o Papa publicamente de espalhar erros teológicos e até heresias já é demais, penso eu. É uma afronta que o papa não pode permitir. O papa não pode ser condenado, isso é doutrina da igreja.

Ante todo esse entusiasmo pelo Papa, como é que ficam as reformas da igreja, que tantos católicos esperavam de Francisco, mas onde na prática ainda não aconteceu muita coisa?

Sabe de uma coisa, no quanto eu o entendo, o principal interesse dele nem é mais a igreja, muito menos o que se faz dentro da igreja, e sim a sobrevivência da humanidade, o futuro da Terra. Ambas correm perigo e é preciso perguntar se o cristianismo consegue trazer uma contribuição para superar essa enorme crise na qual a humanidade corre o risco de sucumbir.É o sentido da encíclica Laudato Si dirigida não aos cristãos mas a toda a humanidade.

Francisco preocupa-se com o meio ambiente enquanto a igreja ruma de frente contra a parede?

Acredito que para ele há uma hierarquia de problemas. Se a Terra for à breca, todos os outros problemas também estarão resolvidos. Mas quanto às questões intra-eclesiásticas, vamos ver! Faz pouco tempo o Cardeal Walter Kasper, confidente do Papa, disse que meio logo haveria grandes surpresas.

O que o Senhor espera?

Quem sabe? Talvez o diaconato da mulher. Ou a possibilidade de padres casados voltarem a ser engajados no cuidado pastoral [Seelsorge]. Este é um pedido expresso dos bispos brasileiros ao Papa, principalmente do seu amigo emérito Cardeal brasileiro Cláudio Hummes. Ouvi dizer que o Papa gostaria de atender esse pedido, inicialmente numa fase experimental no Brasil. Este país com seus 140 milhões de católicos precisaria de pelo menos 100 mil padres. Mas só há 18.000. Sob ponto de vista institucional isso é uma catástrofe. Não admira que os fiéis migram aos milhares para os evangelicais e pentecostais, que preenchem o vácuo de recursos humanos. Ora, se os muitos milhares de padres casados pudessem voltar a exercer seu ministério, este seria o primeiro passo para melhorar a situação e ao mesmo tempo um impulso para a igreja católica soltar as algemas do celibato obrigatório.

Caso o Papa tomasse essa decisão, o senhor como ex-padre franciscano voltaria a assumir funções sacerdotais?

Eu pessoalmente não preciso de uma decisão dessas. Para mim ela nada mudaria, porque até hoje faço aquilo que sempre fiz: batizo, faço sepultamentos, e quando chego a uma comunidade que não tem padre, também celebro a missa junto com as pessoas.

Seria muito “alemão” perguntar: é lícito o senhor fazer isso?

Até agora nenhum bispo que eu conheço jamais o criticou ou proibiu. Os bispos até ficam contentes e me dizem: “O povo tem direito à eucaristia. Portanto continue assim!” Meu mestre teológico, o cardeal Paulo Evaristo Arns, falecido faz poucos dias, por exemplo, tinha abertura nesse sentido. Ele chegava ao ponto de, quando via padres casados sentados no banco durante a missa, chamá-los para junto ao altar e com eles celebrar a eucaristia. Isso ele fez e me disse muitas vezes: “Você continua sendo padre e assim permanecerá!”

%d blogueiros gostam disto: