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L’erosione delle fonti di senso

28/02/2013

E’ già stato detto, e a ragione, che l’essere umano è divorato da due tipi di fame: di pane e di spiritualità. La fame di pane è saziabile. La fame di spiritualità, invece, è insaziabile. È fatta di valori impalpabili, e non materiali come la comunione, la solidarietà, l’amore, la compassione, l’apertura verso tutto quello che è degno e sacro, il dialogo e la preghiera al Creatore.

Questi valori sospirati in segreto dagli esseri umani, non conoscono limiti nella loro crescita. C’è una richiesta infinita che sta nascosta dentro di noi. Soltanto un infinito reale può farci riposare. L’eccessiva centralizzazione nell’accumulazione e nello sfruttamento dei beni materiali, finisce per produrre un gran vuoto e una grande delusione. Questo è quanto hanno concluso gli analisti dell’Università di Losanna. Qualcosa in noi richiede gridando qualcosa di più grande e più umanizzante.

È in questa dimensione che si pone la questione del senso della vita. È una necessità umana cercare un senso coerente. Il vuoto e l’assurdo producono angustie e il sentimento di essere soli e sradicati. Ora, la società industriale e consumista, montata sulla ragione funzionale, ha messo al centro l’individuo e i suoi interessi privati. Con ciò, ha frammentato la realtà, ha dissolto qualunque canone sociale, a carnevalizzato le cose più sacre e ironizzato su convinzioni secolari, chiamate “grandi saghe”, considerate metafisiche essenzialiste, proprie di società di altri tempi. Adesso funziona l’«anything goes», il passi per i vari tipi di razionalità, di posture e letture della realtà. Si è creato il relativismo che afferma che niente ha valore definitivamente.

E tutto ciò è stato chiamato post modernità che per me rappresenta la fase più avanzata e decadente della borghesia ricca mondiale. Non soddisfatta di distruggere il presente, vuole distruggere anche il futuro. Essa si caratterizza per un assoluto disimpegno nella trasformazione e per un confessato disinteresse per una umanità migliore. Tale atteggiamento si traduce in una assenza dichiarata di solidarietà per il destino tragico di milioni che lottano per avere una vita minimamente degna, per avere abitazioni migliori di quelle degli animali, per poter accedere ai beni culturali che arricchiscano la loro la visione del mondo. Nessuna cultura sopravvive senza che una saga conferisca dignità, coesione, coraggio e senso alla camminata collettiva di un popolo. La postmodernità nega irrazionalmente questo dato originario.

E invece in qualsiasi parte del mondo, le persone stanno elaborando significati per la loro vita e sofferenza, cercando stelle-guida che le orientino e aprano loro il cammino per un futuro speranzoso. Possiamo vivere senza fede, ma non senza speranza. Senza di lei si sta a un passo dalla violenza, dalla banalizzazione della morte e, al limite, dal suicidio.

Ora, le istanze che storicamente rappresentavano la costruzione permanente di senso, sono entrate modernamente in una fase di erosione. Nessuno, nemmeno il Papa, né Sua Santità il Dalai Lama possono dire sicuramente che cosa è buono o cattivo in questa frazione planetaria della storia umana.

Le filosofie e altri cammini spirituali rispondevano a questa domanda fondamentale dell’umano. Ma esse, in gran parte, si sono fossilizzate e hanno perso l’impulso creatore. Fanno ragionamenti sempre più sofisticati su quello che già si conosce, sempre nuovamente ripensato e ridetto, ma prive del coraggio per progettare nuove visioni, sogni promettenti e utopie mobilizzatrici. Viviamo un “malessere da civiltà”, simile a quello del tramonto dell’impero romano, descritto da Sant’Agostino in “La città di Dio”. I nostri “dei” come i loro ormai non sono più credibili. I nuovi “dei”che stanno spuntando all’orizzonte non sono forti quanto basta per essere riconosciuti, venerati e direttamente guadagnarsi gli altari.

Queste crisi saranno superate soltanto quando si farà una nuova esperienza dell’Essere essenziale da dove ci proviene una spiritualità viva. Vediamo alcuni luoghi dove i “nuovi dei” si annunciano e una nuova percezione dell’Essere compare. Per quanto siano numerose le critiche che le dobbiamo fare nel suo aspetto economico e politico, la globalizzazione è, prima di tutto, un fenomeno antropologico: l’umanità si scopre una specie, che abita l’unica Casa Comune, la Terra, con un destino comune. Tale fenomeno esige una governance globale per gestire i problemi collettivi. È qualcosa di nuovo.

I Fori Sociali Mondiali che dall’anno 2000 hanno cominciato a realizzarsi a partire da Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul, rivelano una particolarissima irruzione di senso. Per la prima volta nella storia moderna, i poveri del mondo intero, facendo contrappunto alle riunioni dei ricchi nella città svizzera di Davos, sono riusciti ad accumulare tanta forza e capacità di articolazione che a migliaia hanno finito per incontrarsi prima in Porto Alegre, e in seguito in altre città del mondo, per presentare le loro esperienze di resistenza e di liberazione, per scambiare esperienze su come creano microalternative al sistema di dominazione imperante, come alimentano un sogno collettivo per gridare: un altro mondo è possibile, un altro mondo è necessario. È qualcosa di nuovo.

Nelle varie edizioni dei Forum Sociali Mondiali, ai livelli regionale e internazionale, si notano polloni del nuovo paradigma di umanità, capace di organizzare in forma differente la produzione, il consumo, la preservazione della natura e l’inclusione di tutta l’umanità nel progetto collettivo che garantisca un futuro di vita e di speranza per tutti. Da questo la sua importanza: dal fondo della sprotezione umana sta spuntando un fumo che rimanda a un fuoco interiore della spazzatura al quale sono state condannate le grandi maggioranze dell’umanità. Questo fuoco è inestinguibile. Esso si trasformerà in brace e luce per illuminare un nuovo senso per l’umanità.
Magari! Dio voglia!

*Leonardo Boff è autore di Tempo de trascendência, Vozes, 2010.

Traduzione: Romano Baraglia-romanobaraglia@gmail.com

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