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IL NOSTRO POSTO NELL’INSIEME DEGLI ESSERI

22/03/2014

L’etica della società dominante nel mondo è utilitaristica e antropocentrica. Voglio dire: è illusione pensare che ciò che esiste in natura ha ragione di essere soltanto nella misura in cui serve agi umani e che questi ne possano disporre a loro piacimento. Infatti si presentano come re e regina della creazione.

La tradizione giudaico-cristiana ha rinforzato quest’idea con il suo «soggiogate la Terra e dominate sui pesci del mare e su tutto quello che si muove su di lei» (Gn 1,28).

Non sapevamo ancora che noi siamo stati tra gli ultimi esseri a entrare nel teatro della creazione. Quando il 99,98 % di tutto già stava pronto, arriviamo noi. L’universo, la Terra e gli ecosistemi non hanno avuto bisogno di noi per organizzarsi e per ordinare la loro maestosa complessità e bellezza.

Ogni essere possiede un valore intrinseco, indipendente dall’uso che ne facciamo noi. Esso rappresenta una emergenza di quelle energie di fondo, come dicono i cosmologi o di quell’Abisso generatore di tutti gli esseri. Possiede qualcosa da rivelare, che solo lui può fare, perfino il meno adattato, che in seguito, per selezione naturale, sparirà per sempre. Ma a noi tocca ascoltare e celebrare il messaggio che ci deve rivelare.

La cosa più grave, tuttavia, è l’idea che tutta la modernità e gran parte della comunità scientifica attuale possiede del pianeta Terra e della natura. La considera come semplice “res extensa”, cioè una cosa che può essere misurata, manipolata, nel linguaggio rozzo di Francesco Bacone, “torturata come fa l’inquisitore con la sua vittima fino a strappargli tutti i segreti”. Il metodo scientifico dominante mantiene in gran parte, questa logica aggressiva e perversa.

René Descartes nel suo Discorso sul Metodo dice qualcosa che è un clamoroso riduzionismo nella comprensione: “non intendo per ‘natura’ nessuna dea o un altro potere immaginario di qualsiasi tipo, anzi mi sevo di questa parola per indicare la materia”. Considera il pianeta come qualcosa di morto, senza scopo come se l’essere umano non ne facesse parte.

Il fatto è che noi siamo entrati nel processo evolutivo quando questo aveva raggiunto un altissimo stadio di complessità. E’ stato allora che la vita umana cosciente e libera ha fatto irruzione come un sottocapitolo della vita. Attraverso noi l’universo è arrivato alla coscienza di se stesso. E questo è avvenuto in una minuscola parte dell’universo che è la Terra. Per questo noi siamo quella porzione della Terra che sente, ama, pensa, cura e venera. Siamo terra che cammina, come dice il cantore indigeno argentino Atauhalpa Yupanqui.

La nostra missione specifica, il nostro posto nell’insieme di ciò che esiste è quello di rappresentare coloro che possono apprezzare la grandeur dell’universo, ascoltare i messaggi che ogni essere enuncia e celebrare la diversità degli esseri e della vita.

E per il fatto che siamo portatori di sensibilità e di intelligenza abbiamo una missione etica: aver cura della creazione e esserne i guardiani perché continui con vitalità e integrità e in condizione di poter ancora evolvere, visto che stiamo evolvendo da 4,4 miliardi di anni. Grazie a Dio che l’autore biblico come per correggere il testo citato sopra dice nel secondo capitolo della Genesi:” Il Signore ha preso l’essere umano e lo ha messo nel giardino di Eden (Terra originaria) per averne cura e custodirla” (Gn 2,15).

Purtroppo stiamo compiendo male la nostra missione, poiché secondo il biologo E. Wilson “L’umanità è la prima specie della storia della vita a diventare una forza geofisica; l’essere umano, questo essere a due gambe, questo sventato, ha già alterato l’atmosfera e il clima del pianeta, portandone i valori molto fuori norma; ha già sparso sostanze chimiche tossiche per il mondo intero e siamo vicini a consumare del tutto l’acqua potabile” (La creazione: come salvare la vita sulla terra, 2008,38). Preoccupato davanti a un quadro simile e sotto la minaccia di un’apocalisse nucleare si domandava il grande filosofo italiano, del diritto e della democrazia, Norberto Bobbio: “L’umanità merita ancora di essere salvata?” (Il Foglio n. 409, 2014,3).

Se non vogliamo essere espulsi dalla Terra stessa, come nemici della vita, è necessario cambiare il nostro atteggiamento davanti alla natura ma principalmente accogliere la Terra come l’Onu – già nell’aprile del 2009 – l’ha accettata come, Madre Terra e come tale averne cura, riconoscere e rispettare la storia di ogni essere vivo o inerte. Sono esistiti prima di noi e per miliardi di anni senza di noi. Per questa ragione devono essere rispettati come facciamo con le persone più anziane e le trattiamo con amore e rispetto. Più di noi essi hanno diritto al presente e al futuro insieme a noi.

Caso contrario non esistono tecnologie e promesse di progresso illimitato che potranno salvarci.

Traduzione di Romano Baraglia

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