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Perdersi per incontrarsi: il monaco, il gatto e la luna

13/04/2014

L’uomo moderno ha perso il senso della contemplazione, la capacità di meravigliarsi davanti alle acque cristalline di un ruscello, di osservare un cielo stellato e di estasiarsi davanti agli occhi brillanti di un bambino che lo osserva indagatore. Non sa più che cosa sia la freschezza di un pomeriggio d’autunno. Incapace di restare solo, senza cellulare, senza Internet, senza televisione e hi-phi. Ha paura di udire la voce che viene da dentro, quella che mai mentisce, che ci consiglia, si congratula, ci giudica e sempre ci accompagna. Questa piccola storia è raccontata da mio fratello Waldemar. Lui sta provando personalmente a vivere come vivevano i monaci nel deserto: ci restituisce la nostra dimensione perduta. Quel che è profondamente vero possiamo dirlo bene – come attestano gli antichi saggi – in piccole storie e raramente attraverso concetti. A volte quando immaginiamo che ci siamo perduti, è allora che noi ci incontriamo. Quello che questa storia vuole insegnare è una sfida per tutti:

C’era una volta un eremita che viveva molto al di là delle montagne di Iguazim proprio di fronte al deserto di Acaman. Là aveva preso dimora da 30 anni. Alcune capre gli davano il latte ogni giorno e un palmo di terra di quella valle fertile gli dava il pane. Vicino alle capre svettavano rami di vite. A far da tetto, foglie di palma. Le api facevano il miele tutto l’anno.

“Sono trent’anni che vivo da queste parti – sospirò una sera il monaco Porfirio- saranno trent’anni buoni” – e, seduto su un sasso, lo sguardo perso nelle acque del ruscello che giocavano tra i ciottoli , si trattenne su questo pensiero per lunghe ore. “Tret’anni e non mi sono incontrato. Mi sono perso per tutto e per tutti, nella speranza di incontrarmi. Ma mi sono perso definitivamente”.

Il giorno dopo, prima che il sole nascesse, il monaco Porfirio, con un fagotto sulle spalle, i sandali mezzo rotti ai piedi, dopo la preghiera dei pellegrini, si mise in cammino giù per le montagne di Iguazaim. Lui sempre saliva sulle montagne, quando spinto da forze estranee, il suo mondo interiore minacciava di sfasciarsi. Andava a visitare AbbaTebaìno, eremita più ricco di esperienza e più saggio, padre di una generazione di uomini del deserto. Lui viveva sotto una grande roccia dove si potevano vedere laggiù in basso i campi di grano della villaggio di Icanaum.

“Abba, mi sono perso per incontrarmi. Mi sono perso irrimediabilmente. Non so chi sono, né perché io sto al mondo e per chi perché io per che cosa sto al mondo. Ho perso il meglio di me, il mio proprio io. Ho cercato la pace della contemplazione, ma ho da lottare contro una falange di fantasmi. Ho fatto tutto per meritare la pace. Guarda il mio corpo, contorto come una radica, emaciato per tanti digiuni. Sto qui a pezzi e avvilito, vinto dalla stanchezza della ricerca”.

Nel cuore della notte, sotto una luna enorme, che illuminava il profilo delle montagne, Abba Tebaìno seduto all’ingresso della grotta, rimase ad ascoltare con tenerezza infinita le confidenze del fratello Porfirio. In uno di questi intervalli, dove le parole spariscono e solo resta la presenza, un gattino che viveva da molti anni con Abba, venne trascinandosi pian piano fino ai suoi piedi scalzi. Miagolò, leccò la punta destra del saio, si sdraiò e si mise con grande occhi di bambino, a contemplare la luna che saliva silenziosa al cielo con le anime dei giusti. E dopo molto tempo, cominciò l’Abba Tebaìno:

“Porfirio, figlio mio caro, tu devi essere come il gatto; lui non cerca niente per sé, ma aspetta tutto da me. Tutte le mattine, aspetta al mio fianco una crosta di pane e un poco di latte in questa scodella secolare. circa, spera tutto. È disponibilità. Abbandono. Puramente e semplicemente. Vive per l’altro. È dono, è grazia, è gratuità. Qui vicino a me, sdraiato contempla innocente e ingenuo, arcaico come l’essere, il miracolo della luna che sale enorme e benedetta. Non cerca se stesso, nemmeno nell’intima vanità di auto purificazione o di compiacenza di autorealizzazione. Lui si è perduto irrimediabilmente, per me e per la luna… È la condizione che lui vuole essere quello che è, e di incontrarsi”.

Un silenzio profondo discese sopra la bocca della roccia.

La mattina dopo, prima che nascesse il sole, i due eremiti cantarono i salmi di mattutino. Le loro lodi echeggiarono sulle montagne e fecero rabbrividire gli estremi confini dell’universo. Dopo si dettero il bacio della partenza. Il fratello Porfirio con un fagottino sulle spalle e sandali mezzo rotti ai piedi, ritornò alla sua valle, al sud del deserto di Acaman. Aveva capito che per incontrarsi doveva perdersi nella più pura e semplice gratuità.

Gli abitanti del villaggio vicino raccontano che, molti anni dopo, in una profonda e tranquilla notte di luna piena, videro in cielo un grande chiarore. Il monaco Porfirio che saliva, insieme alla luna, nell’immensità infinita di quel cielo che era tutto un delirio di stelle scintillanti ormai non aveva più bisogno di perdersi perché si era definitivamente incontrato”.

Waldemar Boff (uno dei miei 10 fratelli) ha studiato negli USA, è educatore popolare e contadino.

Traduzione di Romano Baraglia

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