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Possiamo sorridere in mezzo allo spavento e alla paura della nostra epoca?

18/04/2014

Nella mia lunga traiettoria teologica, due temi per me sono rimasti centrali fin dall’inizio, a partire dagli anni ’60 del secolo passato, perché rappresentano singolarità proprie del cristianesimo: la concezione societaria di Dio (Trinità) e l’idea della risurrezione da morte. Se non tenessimo conto di questi due temi, non cambierebbe quasi nulla rispetto al cristianesimo tradizionale. Questo predica fondamentalmente il monoteismo (un solo Dio) come se fossimo ebrei o musulmani. Al posto della risurrezione ha preferito il tema platonico dell’immortalità dell’anima. Lamentevole perdita perché cessiamo di professare qualcosa di singolare, direi, quasi esclusivo del cristianesimo, carico di giovialità, di speranza e di senso innovatore della vita.

Dio non è la solitudine di uno, terrore di filosofi e teologi. Lui è la comunione di tre unici che appunto perché unici, non sono numeri ma un movimento dinamico di relazioni tra diversi ugualmente eterni e infiniti, relazioni così intime e intrecciate che impediscono che ci siano tre dei ma un solo Dio-amore-comunione-inter-retro-comunicazione. Abbiamo a che vedere con un monoteismo trinitario e non atrinitario o pretriniario. In questo ci distinguiamo dagli ebrei e dai musulmani e dalle altre tradizioni monoteiste.

Dire che Dio è comunione di amore infinito e che da lui derivano tutte le cose significa permetterci di capire quello che la fisica quantica da quasi un secolo viene affermando: tutto l’universo è relazione, intreccio di tutti con tutti, fino a costituire una rete intricatissima di connessioni che formano l’unico e medesimo universo. Questo, effettivamente, è a immagine e somiglianza del Creatore, fonte di interrelazioni infinite tra diversi che vengono presentati come Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa concezione toglie i fondamenti di ogni e qualsiasi centralismo, monarchismo, autoritarismo e patriarcalismo che trovava nell’unico Dio e unico Signore la sua giustificazione, come alcuni teologi critici già hanno osservato. Il Dio societario, fornisce, invece, supporto metafisico a qualsiasi tipo di socialità, di partecipazione e di democrazia.

Ma siccome i predicatori di solito non si riferiscono alla Trinità, ma solamente a Dio (solitario e unico) viene perduta una fonte di critica, di creatività e di trasformazioni sociali nella linea della democrazia e della partecipazione aperta e senza fine.

Qualcosa di simile succede con il tema della risurrezione. Questo costituisce il nucleo centrale del cristianesimo, il suo point d’honneur. Quello che riunì la comunità degli apostoli dopo l’esecuzione di Gesù di Nazaret in croce (tutti stavano tornando, perduta ogni speranza, alle loro case) è stata la testimonianza delle donne che affermavano: quel Gesù che è stato ucciso e sepolto, è risuscitato e vivo”. La risurrezione non è una specie di rianimazione di un cadavere come quello di Lazzaro che finì, alla fine, per morire come tutti, ma la rivelazione del nuovissimo Adamo nell’espressione felice di San Paolo: l’irruzione dell’Adamo definitivo, del nuovo essere umano, come se avesse anticipato la fine buona di tutto il processo di antropogenesi e di cosmogenesi. Pertanto, una rivoluzione nell’evoluzione.

Il cristianesimo primitivo viveva questa fede nella resurrezione riassunta da San Paolo con le parole: “Se Cristo non è risuscitato la nostra predicazione è vana e vana è la vostra fede” (1 Co, 15,14). Faremmo meglio allora pensare: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (15,22). Ma Gesù è risuscitato, tutto cambia. Anche noi risorgeremo, poiché lui è il primo tra molti fratelli e sorelle, “La primizia di quelli che sono morti” (1Co 15,20). In altre parole e questo vale contro tutti coloro che ci dicono che siamo esseri-per-la-morte, che noi moriremo sì, ma moriremo per risuscitare, per spiccare un salto fino al termine dell’evoluzione e anticiparla qui adesso nella nostra fase temporale.

Non conosco nessun messaggio più carico di speranze di questo. I cristiani dovrebbero annunciarlo e viverlo in tutti i suoi aspetti. Ma la trascurano e rimangono con il principio platonico dell’immortalità dell’anima. Altri come già osserva ironicamente Nietzsche, sono tristi e imbronciati come se non ci fosse né redenzione né risurrezione. Il Papa Francesco dice che sono “cristiani di quaresima senza resurrezione”, con “faccia da funerale”, tanto tristi come se fossero al loro stesso funerale.

Quando uno muore, per lui è la fine del mondo. È in questo momento, nella morte, che avviene la resurrezione: inaugura il tempo senza tempo, la beata eternità.

In un’epoca come la nostra, di disaggregazione generale delle relazioni sociali e di minacce di devastazione della vita nelle sue differenti forme fino al rischio di sparizione della nostra specie umana, vale scommettere questi due flash: Dio è comunione di tre che sono relazione e amore e che la vita non è destinata alla morte personale e collettiva ma a più vita ancora. I cristiani additano una anticipazione della scommessa: il Crocifisso che era stato Trasfigurato. Conserva i segni del suo passaggio doloroso in mezzo a noi, il marchio della tortura della crocifissione, ma adesso trasfigurato in colui nel quale le potenzialità nascoste dell’umano sono realizzate pienamente. Per questo lo annunciamo come l’essere nuovo tra noi.

La Pasqua non vuole celebrare altra cosa se non questa ridente realtà che ci concede di sorridere e guardare al futuro senza paura o pessimismo.

Leonardo Boff ha scritto A nossa ressurreição na morte, Vozes 2004.
Traduzione di Romano e Lidia Baraglia.

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