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Il terrore dei ricchi: la diseguaglianza e il pagamento de alte tasse

26/05/2014

Sta furoreggiando tra i lettori di argomenti economici e tra gli economisti, ma soprattutto sta seminando il terrore tra i ricchi un libro di settecento pagine scritto nel 2013 e pubblicato in molti paesi nel 2014. È diventato un vero best-seller. Si tratta di un’opera di ricerca, nell’arco di 250 anni, di uno dei più giovani (43 anni) e brillanti economisti francesi, Thomas Piketty. Il libro intitolato «Il capitale nel secolo XXI» (Seuil, Parigi 2013) abborda fondamentalmente la relazione di diseguaglianza sociale prodotta dalle eredità, rendite e soprattutto a causa del processo di accumulazione capitalistica, tenendo come materiale di analisi particolarmente Europa e Stati Uniti.

La tesi base che sostiene è: la diseguaglianza non è accidentale ma il tratto caratteristico del capitalismo. Se la diseguaglianza resterà al palo o crescerà, l’ordine democratico sarà fortemente minacciato. Dal 1960, la partecipazione alle elezioni negli Stati Uniti è diminuita che il 64% (1960) fino a poco più del 50% (1996), anche se ultimamente è aumentata. Questo fatto permette di osservare che è una democrazia più formale che reale.

Questa tesi sempre sostenuta dai migliori analisti sociali e ripetuta molte volte dall’autore di queste righe, si conferma: democrazia e capitalismo non convivono. E se essa si instaura all’interno di un ordine capitalistico, assume forme distorte e perfino i contorni di una farsa. Dove questa entra, stabilisce immediatamente relazioni di diseguaglianza che, nel linguaggio dell’etica, significa relazioni di sfruttamento e di ingiustizia. La democrazia ha come presupposto di base l’uguaglianza dei diritti dei cittadini e la lotta ai privilegi. Quando la diseguaglianza viene ferita, si apre uno spazio per per la lotta di classe, la creazione di élites, la subordinazione di interi gruppi, la corruzione, fenomeni visibili nelle nostre democrazie a bassa intensità.

Piketty vede negli Stati Uniti e Gran Bretagna, dove il capitalismo è trionfante, i paesi più diseguali, il che è attestato pure da uno dei maggiori specialisti in disuguaglianza, Richard Wilkinson. Negli Stati Uniti il personale esecutivo guadagna 331 volte più che un lavoratore medio. Eric Hobsbawn, in uno dei suoi ultimi interventi prima di morire, dice chiaramente che l’economia politica occidentale del neoliberalismo «ha subordinato di proposito l’interesse e la giustizia sociale alla tirannia del PIL, la maggior crescita economica possibile, deliberatamente non egualitaria».

In termini globali, citiamo il coraggioso documento di Oxfam intermon, inviato agli opulenti impresari e banchieri riuniti a Davos in gennaio di quest’anno come conclusione della loro Relazione “Governare per le élites, sequestro democratico e diseguaglianza economica”: 85 ricchi hanno una ricchezza pari a quella di 3,57 miliardi di poveri del mondo.

Il discorso ideologico diffuso da questi plutocrati che la loro ricchezza è frutto di buona gestione di attivi, di eredità e di meritocrazia; le fortune sono conquiste meritate, come ricompensa dei buoni servizi prestati. Si offendono quando sono indicati come l’1% dei ricchi a fronte del 99% dei restanti cittadini. Loro pensano di essere i grandi generatori di occupazione.

I premi Nobel J. Stiglitz, e P. Krugman hanno dimostrato che i soldi che i ricchi avevano ricevuto dal governo per salvare le loro banche e imprese sono stati male impiegati per generare occupazione. Sono subito entrati nel vortice finanziario mondiale che rende sempre di più senza il bisogno di lavorare. E ancora ci sono 21 trilioni di dollari nei paradisi fiscali di 91.000 persone.

Come possibile stabilire relazioni minime di equità di partecipazione, di cooperazione e di reale democrazia quando si rivelano queste escrescenze umane che sono sorde al grido che sale dalla Terra e cieche sulle piaghe di milioni di loro simili?

Torniamo alla situazione di diseguaglianza in Brasile. Ci orienta il nostro migliore specialista dell’area, Marcio Pochmann (vedi anche Atlas da exclusao Social – o Ricos no Brasil): il 10% dei più ricchi della popolazione impongono, storicamente, la dittatura della concentrazione, dato che arrivano a rispondere quasi del 75% di tutta la ricchezza nazionale. Mentre al 90% dei più poveri resta solo il 25%. (Le Monde diplomatic, ottobre 2007).

Secondo i dati dell’organismo economico dell’ONU del 2005, il Brasile era l’ottavo paese più che diseguale del mondo. Ma grazie le politiche sociali degli ultimi due governi, sia detto a loro onore, l’indice di Geni (che misura le diseguaglianze, è passato da 0, 58 a 0,52), cioè la diseguaglianza, pur rimanendo enorme, è caduta del 17%.

Piketty non vede altro cammino più corto per diminuire le diseguaglianze se non un duro intervento dello Stato e della tassazione progressiva della ricchezza, fino all’80%, cosa che spaventa i super ricchi. Sagge parole quelle di Eric Hosbown: ” L’obiettivo dell’economia non è il guadagno ma il benessere di tutta la popolazione; la crescita economica non è fine a se stessa, ma un mezzo per far nascere società buone umane e giuste”.

E come gran finale una frase di Robert F. Kennedy: “Il PIL include tutto, eccetto ciò per cui vale la pena vivere”.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

 

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