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Una democrazia che si rivolta contro il popolo

29/06/2014

Un generale grido della corporazione dei “media”, di parlamentari dell’opposizione e di analisti sociali legati allo status quo di conservatorismo strisciante, si è alzato furiosamente contro il decreto presidenziale che istituisce la “Politica nazionale di partecipazione sociale”. Il decreto vuole solo coordinare i movimenti sociali esistenti, alcuni arrivati a noi dagli anni 30 del secolo passato, ma che negli ultimi anni si sono moltiplicati esponenzialmente, al punto che Noam Chomsky e Vandana Shiva considerano il Brasile primo paese al mondo per numero e varietà di movimenti organizzati. Il decreto riconosce questa realtà e la stimola perché arricchisca il tipo di democrazia rappresentativa vigente con un elemento nuovo che è la democrazia partecipativa. Questa non ha potere decisionale ma soltanto consultivo, di informazione, di scambio di suggerimenti per problemi locali e nazionali.

Pertanto quegli analisti che affermano, di fronte alla chiarezza del testo del decreto, che la presenza dei movimenti sociali toglie potere decisionale al governo, al Parlamento e al potere pubblico, o si affaticano nell’errore o accusano in malafede. E la cosa è spiegabile. Sono abituati a muoversi all’interno di un tipo di democrazia a bassissima intensità, dando di spalle alla società e liberi da qualsiasi controllo sociale.

Mi servirò delle parole di un sociologo e pedagogo dell’Università di Brasilia, Pietro Demo, che io considero una delle menti più brillanti e meno sfruttate del nostro paese. Nella sua Introduçao à Sociologia (2002) dice enfaticamente: “La nostra democrazia è una messinscena nazionale di ipocrisia raffinata, piena di leggi belle ma fatte sempre, in ultima istanza, per l’élite dominante e per sua esclusiva utilità dagli articoli preliminari fino all’ultimo comma. I politici, con rare eccezioni, sono individui con le seguenti caratteristiche: sono pagati profumatamente, lavorano poco, fanno affari, trovano lavoro a parenti e cortigiani, si arricchiscono alle spalle dell’erario e entrano nel mercato al top dei posti di comando… Se dovessimo mettere in rapporto la democrazia con la giustizia sociale, la nostra democrazia ne sarebbe la negazione stessa (p.330.333). Non fa una caricatura della nostra democrazia ma la descrizione oggettiva di quello che essa sempre è stata nella nostra storia. In gran parte possiede il carattere di una farsa. Oggi è arrivata, sotto alcuni aspetti, al livello del disprezzo.

Ma la democrazia può essere migliorata e arricchita con l’energia accumulata dalle centinaia di movimenti sociali e dalla società organizzata che stanno rivitalizzando le basi del paese e non accettano più questo tipo di Brasile. A dire il vero, bisogna riconoscere che, tra prove e errori, ha raggiunto una nuova configurazione a partire dal momento in cui un altro soggetto storico, venuto dalla grande tribolazione, è arrivato alla presidenza della Repubblica. Adesso questi attori sociali vogliono completare la loro opera di magnitudine storica con maggiore partecipazione. E loro hanno diritto a questo, perché la democrazia è un modo di vivere di organizzare la vita sociale sempre al chiaro – democrazia senza fine – secondo quanto afferma il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos.

Chi conosce la vasta opera di Norberto Bobbio uno dei maggiori teorici della democrazia del secolo 20º conosce le infinite discussioni intorno a questo tema, fin dal tempo dei greci che, per primi, lo formularono. Ma lasciando da parte questo esitante dibattito possiamo affermare che l’atto di votare non è il punto di partenza ma il punto finale della democrazia come la vogliono i liberali. È una piattaforma che permette altri livelli di realizzazione del vero senso di tutta la politica: realizzare il bene comune attraverso la volontà generale che si esprime attraverso rappresentanti eletti e attraverso la partecipazione della società organizzata. Detto in altro modo: creare le condizioni per lo sviluppo integrale delle capacità essenziali di tutti i membri della società.

Questo, nel pensiero di Bobbio – semplificando una complessa discussione -viene reso possibile attraverso la democrazia formale e la democrazia sostanziale. La democrazia formale si costituisce per un insieme di regole, comportamenti procedimenti per arrivare a decisioni politiche da parte del governo e dei rappresentanti eletti. Come si comprende, si stabiliscono regole su come raggiungere le decisioni politiche ma non definisce quello che va deciso. È qui che entra la democrazia sostanziale. Essa fissa determinati insiemi di fini, principalmente il presupposto di ogni democrazia: l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, la ricerca comune del bene comune, la giustizia sociale, la lotta ai privilegi e ad ogni tipo di corruzione e, non ultima per importanza, la conservazione delle basi ecologiche che sostengono la vita sulla terra e il futuro della civiltà umana.

I movimenti sociali della società organizzata, a causa della gravità della situazione globale del sistema-vita e del sistema-Terra e alla ricerca di un cammino migliore per il Brasile e per il mondo vogliono offrire la loro scienza, le esperienze fatte, le scoperte, le loro forme particolari di produrre distribuire consumare, infine tutto quello che possa contribuire alla formulazione di un altro tipo di Brasile che tutti possa abbracciare, natura compresa.

Una democrazia che si nega a questa collaborazione è una democrazia che si rivolta contro il popolo e alla fine, contro la vita. Da ciò l’importanza di assecondare il Decreto Presidenziale sulla Politica Nazionale di Partecipazione Sociale, tanto chiaramente spiegata in una intervista alla TV e in O Globo (16 giugno 2014) dal ministro-capo della segreteria generale della Presidenza Gilberto Carvalho.

 

Traduzione di Romano Baraglia

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