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Il socialismo non è andato al limbo

18/09/2014

La nostra generazione ha visto cadere due muri apparentemente incrollabili: il muro di Berlino nel 1989 e il muro di Wall Street nel 2008. Con il muro di Berlino è crollato il socialismo realmente esistente, segnato da statalismo, autoritarismo e violazioni dei diritti umani. Il muro di Wall Street ha delegittimato il neoliberismo come ideologia politica e il capitalismo come modo di produzione, con la sua arroganza, la sua accumulazione illimitata (greed is good = il profitto è buono), al prezzo della devastazione della natura e dello sfruttamento delle persone.

Si sono presentate come due visioni del futuro e due modi di abitare il pianeta, ormai incapace di dare speranza e di riorganizzare l’armonia planetaria, in cui tutti essere possano garantire le basi naturali che sostengono la vita in un grado avanzato di erosione.

E ‘in questo contesto che riaffiorano sia le proposte lanciate nel passato ma che ora possono avere la possibilità di realizzarsi (Bonaventura de Souza Santos), come la democrazia comunitaria e il “vivere bene” dei popoli andini, sia quelle del socialismo originario pensato come una forma avanzata di democrazia.

Scarto in anticipo il capitalismo realmente esistente (la società di mercato) perché è così nefasto che seguitando con la sua devastante logica, può distruggere la vita umana sul pianeta. Oggi opera per una piccola minoranza: 737 gruppi economici-finanziari controllano l’80% delle società transnazionali, e all’interno di questi, 147 gruppi controllano il 40% dell’ economia mondiale (secondo i dati del famoso Istituto Tecnologico svizzero), o gli 85 individui più ricchi che accumulano l’equivalente di ciò che guadagnano 3,57 miliardi di poveri (rapporto Intermon Oxfam de 2014) del mondo. Tale malvagità non può promettere nulla per l’umanità, se non crescente impoverimento, fame cronica, terribili sofferenze, la morte prematura e, in ultima analisi, l’Armageddon della specie umana.

In quanto al socialismo, realizzato in Brasile da vari partiti, in particolare con il PSB dal compianto Eduardo Campos, ha qualche chance. Sappiamo che la sua origine si trova tra gli attivisti cristiani, critici degli eccessi del capitalismo sfrenato come Saint-Simon, Proudhon, Fourier, che si sono ispirati ai valori del Vangelo e in quello che è stato chiamato “il grande esperimento”, che furono i 150 anni della “repubblica comunista guaraní” (1610-1768). L’economia era collettivista: prima per le esigenze presenti e future, e il resto per la vendita.

Un gesuita svizzero Clovis Lugon (1907-1991) espose dettagliatamente gli intenti con il suo famoso libro: “La repubblica Guarani: i gesuiti al potere” (Continuum 1968). Un procuratore della repubblica brasiliana Luiz Francisco Fernandez de Souza (* 1962) ha scritto un libro di mille pagine, “Socialismo: Una utopia cristiana”. Vive in prima persona gli ideali che predica: fece voto di povertà, abita in gran semplicità, va a lavorare con una vecchia Volkswagen.

Il fondatori del socialismo (Marx intendeva dargli un carattere scientifico contro gli altri che chiamava utopici), non hanno mai concepito il socialismo come sola opposizione al capitalismo, ma come la realizzazione piena degli ideali già preannunziati dalla rivoluzione borghese: la libertà, la dignità dei cittadini, il loro diritto al libero sviluppo e la partecipazione alla costruzione della vita collettiva e della democratica. Gramsci e Rosa Luxemburg vedevano il socialismo come la piena e matura realizzazione della democrazia.

La questione fondamentale di Marx (a parte la discutibile costruzione teorica e ideologica che si è creata attorno ad esso) era: perché la società borghese non può mettere in atto tutti gli ideali che proclama? Perché produce l’opposto di ciò che desidera?. L’economia politica deve soddisfare i bisogni umani artificialmente indotti (cibo, vestiario, alloggio, educare se stessi, comunicare, ecc), ma in realtà soddisfa le esigenze del mercato, in gran parte finalizzate ad aumentare il profitto.

Per Marx non raggiungere gli ideali della rivoluzione borghese non è dovuto alla mancanza di volontà degli individui o dei gruppi sociali. Si tratta piuttosto di una conseguenza inevitabile del modo di produzione capitalistico. Questo si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione (terra e capitale, tecnologia, ecc) e sulla subordinazione del lavoro agli interessi del capitale. Tale logica lacera la società in classi con interessi antagonisti, incidendo su tutto: in politica, nel diritto, nell’istruzione, ecc.

Le persone nell’ordine capitalistico tendono facilmente, che lo vogliano o no, a diventare inumane e strutturalmente “egoiste”, perché ognuno si sente sollecitato a occuparsi prima dei suoi interessi e solo dopo degli interessi collettivi.

Qual è l’uscita escogitata da Marx e seguaci? Cambiamo il modo di produzione. Al posto della proprietà privata, introduciamo una proprietà sociale. Ma attenzione, avverte Marx: cambiare il modo di produzione non è la soluzione. Non garantisce una nuova società, offre solo la possibilità di sviluppo di individui che non sarebbero più mezzi ma fini, non oggetti ma soggetti solidali nel costruire veramente un mondo dal volto umano. Anche con queste premesse, la gente deve voler vivere nuove relazioni. In caso contrario, non sorgerà la nuova società. E aggiunge: “La storia non fa nulla; è l’essere umano concreto e vivente che fa di tutto …; la storia non è altro che l’attività degli esseri umani che perseguono i loro obiettivi”.

Ecco la mia scommessa: andiamo verso una crisi eco-sociale di portata tale che, o assumiamo il socialismo con questo contenuto umanistico, o non avremo modo di sopravvivere.

Traduzione Carlo Felici e Maria José Gavito Milano

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