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Popolo: alla ricerca di un concetto

06/02/2015

Poche parole sono frequentemente usate da eminenti oratori, più della parola «popolo». In questa accezione, il suo significato è talmente ondivago, che le scienze sociali la tengono in scarsa considerazione, preferendo parlare di società o di classi sociali. Ma come ci insegnava L. Wittgenstein, “il significato di una parola dipende dal suo “uso”. Da noi, adoperano positivamente la parola “popolo” soprattutto coloro che si interessano alla sorte delle classi subalterne: il “popolo”.

Proviamo a fare uno sforzo teorico per assegnare un contenuto analitico al lemma “popolo” perché il suo uso serva a coloro che si sentono esclusi nella società e vogliono essere “popolo”.

Il primo significato filosofico-sociale affonda le sue radici nel pensiero classico dell’antichità. Già Cicerone e, dopo, Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino affermavano che “il popolo non è qualunque riunione di uomini qualsiasi, ma la riunione di una moltitudine di accordo sul diritto e con interessi comuni”. Tocca allo Stato armonizzare i vari interessi.

Un secondo significato di “popolo” ci viene dall’antropologia culturale: la popolazione che appartiene alla stessa cultura e che abita un determinato territorio. Tot culture, tot popoli. Questo significato è legittimo perché distingue un popolo dall’altro: un Quechua boliviano è differente da un Quechua brasiliano. Ma questo concetto di “popolo” nasconde differenze e perfino contraddizioni interne. Un dirigente dell’agroindustria appartiene al “popolo, tanto quanto un bracciante povero che vive nel territorio della fazenda. Ma nello Stato moderno il potere si legittima solo se tiene le radici nel “popolo”. Per questo la Costituzione recita: “tutto il potere emana dal popolo e in suo nome deve essere esercitato”.

Terzo si significato, chiave per la politica. La politica è la ricerca comune di un bene comune (significato generico) o l’attività in cerca del potere dello Stato e, a partire da questo, l’amministrazione della società (significato specifico). In bocca ai politici professionisti “popolo” presenta una grande ambiguità. Da una parte esprime l’insieme indifferenziato dei membri di una determinata società (populus), dall’altra significa gente povera, scarsamente scolarizzata e emarginata (plebs=plebe). Quando i politici dicono che “vanno verso il popolo, parlano al popolo e agiscono per il bene del popolo”, hanno in mente le maggioranze per lo più povere.

A questo punto emerge una dicotomia: tra le maggioranze e i loro dirigenti o tra la massa e le élites. Come diceva N. W. Sodré: “Una segreta intuizione fa sì che ciascuno si giudichi tanto più ‘popolo’ quanto più è di umili condizioni. Non possiede nulla, ma per questo appunto si vanta di essere “popolo’ (Introduzione alla Rivoluzione brasiliana, pag. 188). Per esempio, le nostre élites brasiliane non si sentono “popolo”. Come diceva prima di morire, nel 2013, Antonio Ermirio De Moraes: “Le élites non pensano mai al popolo, soltanto a se stesse”.

Questo il problema che viene da secoli, dalla colonisazione a oggi.

Esiste un quarto significato della parola “popolo” che proviene dalla sociologia. Qui si impone certo rigore di concetto per non cadere nel populismo. Inizialmente possiede un significato politico-ideologico, nella misura in cui occulta i conflitti interni dell’insieme delle persone con le loro differenti culture, stato sociale e progetti distinti.

Questo significato possiede scarso valore analitico dato che è troppo globalizzante anche se è il più usato nel linguaggio dei media e dei potenti.

Sociologicamente “popolo” appare pure come una categoria storica che si situa tra la massa e le élites.

In una società che è stata colonizzata e ora è catalogata in classi, indica chiara la figura della élites: quelli che detengono la ricchezza economica, il potere e il sapere. L’élite possiede il suo modo di convivere, abitudini proprie, un suo linguaggio. Di fronte ad essa stanno i nativi, coloro che non godono di piena cittadinanza né possono elaborare un progetto proprio. Assumono, introiettato, il progetto delle élites. Queste sono abili nel manipolare “il popolo”. Siamo al populismo: il “popolo” è cooptato come attore secondario in un progetto formulato dalle élites e per le élites.

Ma sempre ci sono strappi nel processo di egemonia o dominazione di classe: lentamente, dalla massa sorgono leadership carismatiche che organizzano movimenti sociali con visione propria del paese e del suo futuro. Lasciano di essere “popolo-massa” e cominciano a essere cittadini attivi e relativamente autonomi. Sorgono sindacati nuovi, movimenti dei senza terra, dei senza tetto, delle donne, degli afrodiscendenti, degli indigeni, tra gli altri. Dall’articolarsi di questi movimenti tra di loro nasce un “popolo” concreto. A questo punto non dipende dalle élites. Elabora una coscienza propria, un progetto differente per il paese, tentano pratiche di resistenza e di trasformazione delle relazioni sociali vigenti. “Popolo” pertanto nasce e è risultato dell’articolarsi dei movimenti delle comunità attive. Questo è il fatto nuovo in Brasile e in America Latina degli ultimi decenni che ha culminato oggi con le nuove democrazie di stampo popolare repubblicano. Giustamente diceva un leader del nuovo partito “Podemos” in Spagna: “non è stato il popolo che ha prodotto il risorgimento ma è stato il risorgimento a produrre il popolo” (Le Monde).

Ora possiamo parlare con un certo rigore concettuale: qui c’è un popolo emergente nella misura in cui possiede coscienza e progetto per il paese. «Popolo» possiede pure una dimensione assiologia: tutti sono chiamati a essere “popolo”. Finirla con le divisioni tra mondo dominato e mondo dominatore, tra élites e masse ma cittadini-attori di una società in cui tutti possono svolgere la loro parte.

Traduzione di Romano Baraglia

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