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Limiti della libertà di espressione

06/03/2015

Gli attentati terroristici all’inizio di quest’anno a Parigi e a Copenhagen a proposito di caricature ritenute offensive per Maometto, attentati perpetrati da estremisti islamici, hanno riportato a galla la libertà di espressione. I francesi hanno una vera ossessione, quasi una isteria, affermando che la libertà di espressione è illimitata, lascito sacro, come dicono, dell’illuminismo e della natura laica dello Stato. È qualcosa di assoluto.

Il vescovo-profeta Dom Pedro Casaldaliga afferma il contrario, e con ragione: “Non c’è niente di assoluto nel mondo, all’infuori di Dio e della fame: tutto il resto è relativo e limitato”. Estendendo il teorema di Godel al di fuori della matematica, possiamo affermare l’insuperabile incompiutezza e limitazione di tutto quello che esiste. Perché dovrebbe essere diverso con la libertà di espressione? Essa non sfugge dai limiti che devono essere riconosciuti, caso contrario daremmo libero corso al “tutto vale” e alle vendette. L’idea francese della libertà di espressione suppone una illimitata tolleranza: bisogna tollerare tutto. Noi al contrario affermiamo: qualsiasi tipo di tolleranza possiede sempre un limite etico che impedisce il “tutto vale” e la mancanza di rispetto degli altri che corrode le relazioni personali e sociali.

Qualsiasi esercizio di libertà che implica l’offesa dell’altro, minaccia alla vita delle persone e perfino a tutto un ecosistema (disboscamento indiscriminato) e viola ciò che è ritenuto come sacro, non deve trovar posto in una società che voglia dirsi minimamente umana. Ora, ci sono francesi (non tutti) che vogliono la libertà di espressione, immune da qualsiasi restrizione. Il risultato di questa pretesa è stato tristemente constatato: se la libertà è totale allora deve valere per tutti e in tutte le circostanze. È quanto hanno pensato, certamente non io, quei terroristi che assassinarono il cartoonist del Charlie Hebdo e altre persone di Copenhagen, in nome di questa stessa libertà illimitata. Serve a poco allegare che esiste un ricorso alla legge. Ma un male, una volta fatto non sempre è riparabile e lascia segni indelebili.

La libertà senza limiti è assurda e non esiste nessun ragionamento filosofico che la giustifichi. Per controbilanciare l’esagerazione della libertà si sente spesso dire questa frase: “La mia libertà finisce dove comincia la tua”.

Non ho mai visto nessuno mettere in discussione questa affermazione. Ma dobbiamo farlo. Pensando ai presupposti soggiacenti, dobbiamo sottometterla a una critica più attenta. Si tratta della tipica libertà del liberismo come filosofia politica.

Mi spiego meglio. Con la sconfitta del socialismo reale si sono perdute alcune intuizioni, che bene o male, aveva suscitato, come una volta ha riconosciuto il papa Giovanni Paolo II: il senso dell’internazionalismo, l’importanza della solidarietà e la prevalenza del sociale sull’individuale.

Con l’ascesa al potere della Thatcher e di Reagan sono ritornati furiosamente gl’ideali liberali e la cultura capitalistica con il contrappunto socialista: l’esaltazione dell’individuo, la supremazia della proprietà privata, la democrazia esclusivamente di delega, per ciò ridotta e la libertà dei mercati. Le conseguenze sono visibili: attualmente c’è meno solidarietà internazionale e preoccupazione per i cambiamenti a favore dei poveri del mondo. È in atto una perversa concorrenza e mancanza di solidarietà che elimina i deboli.

È su questo sfondo che deve essere intesa la frase “La mia libertà finisce dove comincia la tua”. Si tratta di una comprensione individualista, dell’io solo, separato dalla società. È la volontà di vedersi liberi dall’altro e non di esercitare la libertà con l’altro.

Si pensa: perché la tua libertà cominci, la mia deve sparire. Oppure: perché tu cominci a essere libero io devo lasciare di esserlo. Conseguentemente se la libertà dell’altro non comincia per qualsiasi ragione, significa allora la mia libertà non conosce limiti, si espande come vuole perché non incontra limiti nella libertà dell’altro. Occupa tutti gli spazi e inaugura l’impero dell’egoismo. La libertà dell’altro si trasforma in libertà contro l’altro.

Questa comprensione soggiace al concetto vigente di sovranità territoriale degli Stati nazionali. Fino ai limiti dell’altro Stato, essa è assoluta. Oltre questi limiti essa scompare. La conseguenza è che per la solidarietà non c’è più posto. Non si promuove il dialogo, il negoziato, la ricerca convergente e i beni comuni sopranazionali. Come si comprova chiaramente nei vari incontri dell’Onu, sul riscaldamento globale nessuno vuole rinunciare a niente per questo non si arriva a nessun consenso, mentre il riscaldamento globale aumenta tutti i giorni.

Quando c’è un conflitto tra due paesi normalmente si usa il cammino diplomatico del dialogo. Frustrato questo, subito si pensa a utilizzare la forza, come mezzo per risolvere il conflitto. La sovranità di uno schiaccia la sovranità dell’altro.

Ultimamente data la distruttività della guerra è sorta la teoria del win-win per superare la dinamica del win-lose (gioco a somma zero). Si stabilisce il dialogo. Tutti si mostrano flessibili disposti a concessioni e accertamenti. Tutti escono con qualche guadagno. Mantenendo la libertà di ciascun paese.

Perciò la frase corretta è questa: la mia libertà solamente comincia quando comincia anche la tua. È la perenne eredità lasciata da Paolo Freire: mai saremo liberi da soli; soltanto saremo liberi insieme. La mia libertà cresce nella misura in cui cresce anche la tua e insieme gestiamo una società di cittadini liberi e liberati.

Dietro a questa comprensione vive l’idea che nessuno è un’isola. Siamo esseri di convivenza. Tutti siamo ponti che ci legano gli uni agli altri. Come bene ha lasciato scritto CHE Guevara nel suo Diario: “Soltanto sarò veramente libero quando l’ultimo uomo avrà conquistato anche la sua libertà”.
Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

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  1. 14/07/2015 22:38

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