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Come riproduciamo la cultura del capitale

24/04/2015

Nell’articolo precedente – la cultura capitalistica è anti-vita e anti-felicità – abbiamo tentato di mostrare teoricamente che la forza del suo perdurare e riprodursi risiede nella esacerbazione di un dato della nostra natura che consiste nell’ansia di auto-affermarsi, di fortificare il proprio io per non sparire o essere ingoiato dagli altri. Ma essa ricalca e perfino nega l’altro dato, ugualmente naturale, quello dell’integrazione dell’io e dell’individuo in un tutto, nella specie, della quale è un rappresentante.

Ma è insufficiente fermarsi soltanto all’inizio questo tipo di riflessione. A fianco del dato originario, è attiva un’altra forza che garantisce il perpetuarsi della cultura capitalistica. È il fatto che noi, la maggioranza della società, abbiamo introiettato i “valori” e il proposito fondamentale del capitalismo che è l’espansione costante della lucrabilità che permette un consumo illimitato di beni materiali. Chi non ne ha, li vorrebbe avere, chi li ha, vorrebbe averne di più e chi ha di più dice che non bastano mai. E per la grande maggioranza, non la solidarietà, ma la competizione e la supremazia del più forte prevalgono su qualsiasi altro valore, nelle relazioni sociali e specialmente negli affari.

Chiave per sostentare la cultura del capitale e la cultura del consumismo, della permanente acquisizione di prodotti nuovi: un nuovo cellulare con più applicazioni, un modello più sofisticato di computer, un paio di scarpe o un vestito alla moda, facilitazioni nel credito bancario per rendere possibile l’acquisto-consumo, accettazione acritica della propaganda dei prodotti ecc.

Si è creata una mentalità dove tutte queste cose sono diventate naturali. Nelle feste, tra amici o familiari e nei ristoranti, si mangia a crepapelle mentre, nello stesso tempo, i media documentano la morte per fame di milioni. Non sono molti coloro che si rendono conto di questa contraddizione, perché la cultura del capitale educa a vedere innanzitutto se stessi, non a preoccuparsi degli altri e del bene comune. Questo del resto, l’abbiamo detto varie volte, vive nel limbo da molto tempo.

Ma non basta attaccare la cultura del consumo. Se il problema è sistemico, abbiamo l’obbligo di conporre un altro sistema, anticapitalistico, anti-produttivistico, anti-crescita lineare e illimitata. Al TINA capitalistico (There Is No Alternative), “non ci sono alternative” dobbiamo contrapporre un altro TINA umanistico (There Is a New Alternative): “c’è una nuova alternativa”.

Da ogni parte sorgono polloni alternativi.Ne cito come esempio tre soltanto: il “bien vivir” dei popoli andini che consiste nell’armonia e nell’equilibrio di tutti i fattori, in famiglia, nella società (democrazia comunitaria), con la natura (le acque, i suoli, i paesaggi) e con la Pachamama, la Madre Terra. L’economia non à orientata all’accumulazione ma a un tipo di produzione del sufficiente e passabile per tutti.

Secondo esempio. Sta prendendo sempre più piede l’eco socialismo che non ha niente a che vedere con il socialismo che esisteva un tempo (che era in verità un capitalismo di Stato) ma con gli ideali del socialismo classico, di uguaglianza, solidarietà, subordinazione del valore di scambio al valore d’uso con gli ideali della moderna ecologia, come viene presentata in modo eccellente da noi da Michael Lowy nel suo Che cos’è l’eco-socialismo (Cortez 2015) e altri, in vari paesi come i significativi contributi di James ‘O Connor a di Jovel Kobel. Là si postula l’economia in funzione delle necessità sociali, delle esigenze di proteggere il sistema-vita e il pianeta come un tutto. Un socialismo democratico, secondo ‘O Connor, dovrebbe avere come obiettivo una società razionale fondata sul controllo democratico, sull’uguaglianza sociale e sul predominio del valore d’uso.

Lowy aggiunge ancora “che una simile società suppone la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, una programmazione democratica che permetta alla società di definire gli obiettivi di produzione e di investimenti, e una nuova struttura tecnologica delle forze produttive (op. cit. pagg. 45-46). Il socialismo e l’ecologia condividono valori qualitativi, irriducibili al mercato (come la cooperazione, la riduzione di tempo di lavoro per vivere il regno della libertà di convivere, di creare, di dedicarsi alla cultura e alla spiritualità e al riscatto della natura devastata). Questo ideale sta nell’ambito delle possibilità storiche e orienta le pratiche che lo anticipano.

Un terzo modello di cultura io lo chiamerei «Via francescana». Francesco di Assisi, aggiornato dal Francesco di Roma è più che un nome o un ideale religioso ed  etico; è un progetto di vita, uno spirito e un modo di essere. Intende la povertà non come non avere ma come capacità di sempre staccarsi da noi stessi per dare e ancora dare, la semplicità di vita, il consumo come sobrietà condivisa, la cura degli invalidi, la confraternizzazione universale con tutti gli esseri della natura, rispettati come fratelli e sorelle, l’allegria di vivere, di danzare di cantare perfino le Cantilenae amatoriae di Provenza, sirventesi da innamorati. In termini politici sarebbe un socialismo della sufficienza della accettabilità, non dell’abbondanza, pertanto un progetto radicalmente anticapitalista e anti-accumulazione.

Utopie? Sì, ma necessarie per non affondare nella crassa materialità, utopie che possono diventare punti di riferimento per l’ispirazione dopo la grande crisi sistemica ecologico-sociale che verrà inevitabilmente come reazione della stessa Terra, che non riesce a sopportare tanta devastazione. Tali valori culturali sosterranno un nuovo saggio civilizzatorre, finalmente più giusto spirituale umano.

Leonardo Boff ha scritto: Francis of Assisi: a model for human Liberation, Orbis, N.York, 2001.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

One Comment leave one →
  1. 24/04/2015 18:48

    Republicou isso em TEM CAROÇO NESSE ANGU….

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