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Francesco d’Assisi. In lui l’essere umano è venuto bene.

09/05/2015

Considerando gli scenari mondiali, la violenza bellica in varie nazioni con terribili stragi di vite umane, o la violenza di studenti impazziti che invadono una scuola e abbattono a fucilate decine di compagni, per non parlare di torture e abusi che si fanno su innocenti, ci viene spontanea una domanda: l’essere umano è ben riuscito? Non siamo un tumore abnorme nel processo di evoluzione?

Facciamo fatica a identificare figure esemplari che smentiscano questa impressione tetra. Ma, grazie a Dio, tali persone esistono: dom Helder Camara, suor Dulce Pontes, suor Teresa di Calcutta, Chico Mendes, José Mujica, ex presidente dell’Uruguay, Gandhi, il Dalai Lama, Papa Francesco, tra tanti.

Ma mi voglio trattenere sulla figura seminale in cui l’umanità è riuscita in modo convincente, San Francesco di Assisi. Una delle eredità più feconde del “Sole di Assisi”, come lo chiama Dante e come è reso attuale da Francesco di Roma, è la predicazione della pace, così urgente ai giorni attuali. Il primo saluto che dirigeva a coloro che incontrava per le strade era “pace e bene”, che corrisponde allo shalom biblico. La pace che desiderava ardentemente non si limitava alle relazioni interpersonali e sociali. Cercava una pace perenne con tutti gli elementi della natura, trattandoli col dolce nome di sorelle e fratelli.

Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, testimonia meravigliosamente il sentimento fraterno che lo invadeva:

«Si riempiva di ineffabile godimento tutte le volte che guardava il sole, che contemplava la luna e dirigeva lo sguardo alle stelle o al firmamento. Quando incontrava fiori nel cammino, faceva loro raccomandazioni come se fossero dotati di intelligenza e li invitava a lodare Dio. Lo faceva con tenerissimo e commovente candore; esortava alla gratitudine i campi di grano e i vigneti, le correnti dei fiumi, la bellezza degli orti, la terra, il fuoco, l’aria e il vento».

Questo atteggiamento di riverenza e di intenerimento lo portava a raccogliere i vermi lungo il cammino perché non fossero schiacciati. D’inverno dava miele alle api, perché non morissero di fame e di freddo. Che i fratelli che non tagliassero gli alberi alla radice, nella speranza che potessero ributtare. Anche le erbacce infestanti dovevano avere un posto loro riservato negli orti perché potessero sopravvivere. «Anche loro annunciano il bellissimo padre di tutti gli esseri».

Ha potuto vivere questa intimità con tutte le cose solo chi ha ascoltato la loro risonanza simbolica dentro all’anima, e ha unito l’ecologia ambientale con l’ecologia profonda; mai si è messo al di sopra delle cose ma ai piedi delle cose, proprio come uno che convive come fratello e sorella, scoprendo i lacci di parentela che li unisce tutti.

L’universo francescano e ecologico non è mai inerte. Tutte queste cose sono animate e personalizzate. Per intuizione si scoprì quello che noi sappiamo attualmente per via scientifica (Crick e Dawson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti i viventi siamo parenti, figli, fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso codice genetico di base.

Da questo atteggiamento è nata una pace imperturbabile, senza timori e senza minacce. San Francesco ha realizzato pienamente la splendida definizione che la Carta da Terra ha dedicato alla pace:

“E’quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra e con il Tutto più grande del quale siamo parte (n.16 f)”. Papa Francesco pare avere realizzato le condizioni per la pace, fondata sulla compassione per chi soffre, sulla denuncia coraggiosa del sistema che produce miseria e fame e sulla permanente ricerca della giustizia sociale che lascia indietro la filantropia per fare posto a cambiamenti strutturali.

La suprema espressione della pace, fatta di convivenza fraterna accoglienza calorosa di tutte le persone e cose è simbolizzata dal noto racconto della perfetta allegria. Attraverso un artificio dell’immaginazione, Francesco rappresenta ogni tipo di ingiuria e violenza fatte a due confratelli (uno di loro è proprio lui Francesco). Anche se sono stati riconosciuti come confratelli, sono moralmente ingiuriati e rigettati come gente di malaffare.

Nella relazione della perfetta allegria, che trova paralleli nella tradizione buddista, Francesco va, passo a passo, smontando i meccanismi che generano la cultura della violenza.

La vera allegria non consiste nell’autostima, e nemmeno nella necessità di essere riconosciuti, nel fare miracoli o parlare lingue. Al loro posto, mette i fondamenti della cultura della pace: l’amore, la capacità di sopportare le contraddizioni, il perdono e la riconciliazione al di là di qualsiasi richiesta o esigenza previa. Una volta che si vive questo atteggiamento, irrompe la pace, la pace del cuore, inalterabile, capace di convivere giornalmente con le più dure opposizioni, pace come frutto di una completa spoliazione. Non sono queste le primizie di un regno di giustizia, di pace e di amore che tanto desideriamo?

Questa visione della pace di San Francisco rappresenta un altro modo di stare-nel-mondo insieme con le cose, un’alternativa al modo di essere della modernità e della post-modernità, sistemate in cima alle cose o che sta-sopra-le cose, dominandole e usandole in forma irrispettosa per l’arricchimento e per lo sfruttamento senza nessun senso di sazietà.

La scoperta della fraternità cosmica ci infonderà uno spirito di rispetto e ci restituirà la chiarezza e l’innocenza infantile nell’età adulta, importanti per uscire bene dalla crisi.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

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