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Era di grandi trasformazioni

16/05/2015

Viviamo in un’era di grandi trasformazioni. Fra le tante, ne metterò in risalto soltanto due: la prima nel campo dell’economia e la seconda nel campo della coscienza.

La prima, nell’economia: il suo inizio è datato 1834, quando si consolidò la rivoluzione industriale in Inghilterra. Consiste nel passaggio da una economia di mercato a una società di mercato. Il mercato è sempre esistito nella storia dell’umanità, ma non c’è mai stata una società esclusivamente di mercato, vale a dire una società dove quel che conta è l’economia. Tutto il resto le ruota intorno.

Il mercato che predomina si regge attraverso la competizione e non attraverso la cooperazione. Quello che si cerca è il lucro economico individuale o corporativo e non il bene comune di tutta una società. Generalmente questo beneficio viene raggiunto a forza di devastazione della natura e con la gestazione perversa delle diseguaglianze sociali

Si dice che il mercato deve essere libero e lo Stato è visto come il suo grande ostacolo. Il compito dello Stato in verità è ordinare attraverso leggi e norme la società, compreso il campo economico e coordinare la ricerca comune del bene comune. La Grande Trasformazione postula uno Stato minimo, limitato praticamente alle questioni legate alle infrastrutture della società, al fisco e alla sicurezza. Tutto il resto appartiene al mercato e dal mercato viene regolato.

Tutto può essere portato al mercato: acqua potabile, sementi,i alimenti e perfino organi umani. Questa mercantilizzazione è penetrata in tutti i settori della società: la sanità, l’educazione, lo sport, il mondo delle arti e dell’intrattenimento e perfino nei gruppi importanti delle religioni e delle chiese con i loro programmi di TV e radio.

Questa forma di organizzare la società unicamente intorno agli interessi economici del mercato ha spaccato l’umanità da cima a fondo: un fossato enorme si è creato tra ricchi, pochi, e poveri, moltissimi. Vige perversa l’ingiustizia sociale.

Simultaneamente si è creata anche una iniqua ingiustizia ecologica. Nell’ansia di accumulazione, sono stati sfruttati in forma predatoria beni e risorse della natura, senza nessun limite né rispetto. Quel che si cerca è l’arricchimento sempre maggiore per consumare più avidamente.

Simile voracità si è scontrata con i limiti della stessa Terra. Essa non possiede più tutti i beni e i servizi sufficienti e rinnovabili. Non è un pozzo senza fondo. Questo fatto le rende difficile se non impossibile la riproduzione del sistema produttivista-capitalistico. E’ la sua crisi.

Questa trasformazione, in forza di una sua logica interna, sta diventando biocida, ecocida e geocida. La vita sta rischiando e la Terra potrebbe non volerci più su di essa, perché siamo troppo distruttivi.

La seconda Grande Trasformazione sta avvenendo nel campo della coscienza. Nella misura in cui i danni alla natura crescono e sono decisivi per la qualità della vita, cresce simultaneamente la coscienza che, al 90%, tali danni sono dovuti all’attività irresponsabile e irrazionale degli esseri umani, più specificamente alle attività di quelle élites del potere economico, politico, culturale e mediatico che si struttura in grandi corporazioni multilaterali che hanno occupato la stanza dei bottoni dei destini del mondo

Dobbiamo, con urgenza, fare qualche cosa che interrompa la corsa verso il precipizio. Il primo studio globale è stato fatto nel 1972. E descrive lo stato della Terra. Lì si vede che la Terra è malata. La causa principale è il tipo di sviluppo che le società hanno adottato. Questo finisce per oltrepassare i limiti della sopportabilità della natura e della Terra. Dobbiamo produrre, certo, per alimentare l’umanità. Ma in una forma diversa, rispettando i ritmi della natura e i suoi limiti, permettendo che essa riposi e si ricarichi. Questo è stato chiamato sviluppo umano sostenibile e non soltanto di crescita materiale, misurato dal PIB.

In nome di questa coscienza di questa urgenza, è nato il principio di responsabilità (Hans Jonas), il principio di aver cura (Leonardo Boff e altri), il principio di sostenibilità (Relazione Brundlland), il principio della cooperazione (Heisenberg/Wilsom- Swimme) il principio della prevenzione/precauzione (Carta di Rio de Janeiro del 1992, Onu), il principio compassione (Schoppenhauer/Dalai Lama) e il principio Terra (Lovelock/Evo Morales), intesa come un superorganismo vivo, sempre adatto a produrre la vita.

La riflessione ecologica si è fatta più complessa. Non può essere ridotta soltanto all’ambiente. La totalità del sistema mondo è in gioco. Così è sorta una ecologia ambientale che ha come meta la qualità della vita; una ecologia sociale che tende a un modo sostenibile di vita (produzione, distribuzione, consumo e trattamento dei rifiuti); una ecologia mentale che si propone di criticare preconcetti visione del mondo, ostili alla vita e formulare un nuovo design di civiltà, sulla base di principi e di valori per una nuova forma di abitare la Casa Comune; e infine una ecologia integrale che prende atto che la Terra è parte di un universo in evoluzione e dobbiamo vivere in armonia con il tutto, uno, complesso e carico di finalità. Da tutto questo, risulta la pace.

E’ dunque chiaro che l’ecologia più che una tecnica di gestione di beni e servizi scarsi rappresenta un’arte, una nuova forma di relazione con la natura e la Terra.

Dappertutto sono sorti movimenti, istituzioni e organismi, ONG, centri di ricerca e che si propongono di aver cura della Terra specialmente degli esseri viventi. Se trionferà la coscienza della cura e della nostra responsabilità collettiva verso la Terra e verso la nostra civiltà, sicuramente avremo ancora un futuro.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

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  1. 16/05/2015 22:24

    Republicou isso em equidadEducación .

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