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É pau, é pedra, é o fim de um caminho: un progetto Brasile

09/06/2015

Le parole di Tom Jobim, incastonate nel titolo di un articolo dell’editore Cesar Benjamin sulla rivista PIAUI, aprile 2015, sono forse una delle più stimolanti interpretazioni della mega crisi brasiliana, al di fuori dell’arco teorico del ripetitivo e ingannevole discorso a partire dal PIL.

Vi si svolgono, a mio modo di pensare due ragionamenti fondamentali: lo svuotamento della forma di fare politica del PT (Lulismo) e l’urgenza di pensare un progetto del Brasile a partire da nuovi fini e nuovi valori. Ecco il grande lascito dell’attuale crisi che Benjamin reputa la più grave della nostra storia”. Questo mi rimanda a quanto io ho sentito dire da J. Stigliz, Nobel per l’economia, in una conferenza del 2009 dagli spazi dell’Onu, alla quale ho preso parte : “Il lascito della crisi economico-finanziaria del 2008 sarà un grande dibattito di idee su che mondo noi vogliamo”. In giro per il mondo e e in Brasile questo pare realmente essere il grande dibattito. Altri arrivano a formularlo in forma drammatica: o si cambia o si muore. La percezione generalizzata è che così come le cose stanno non possono continuare, perché, là davanti c’è un abisso che ci aspetta.

Davanti alla crisi attuale guadagnano forza le parole severe di Celso Furtado, in un libro che vale la pena di essere rivisitato: Brasile: la costruzione interrotta (1993): “ci manca l’esperienza di prove cruciali, come quelle che hanno conosciuto altri paesi la cui sopravvivenza è arrivata ad essere me minacciata. E ci manca anche una vera conoscenza delle nostre possibilità e principalmente delle nostre debolezze. Ma non ignoriamo che il tempo storico subisce un’accelerazione. Il conteggio di questo tempo ci è sfavorevole. Si tratta di sapere se avremo un futuro come nazione che conta nella costruzione del divenire umano. O se prevarranno le forze che lavorano contro il nostro processo storico di formazione di uno Stato-nazione” (p 35). E conclude preoccupato: “Tutto indica l’impraticabilità del paese come progetto nazionale” (p.35).

Penso che l’ora della grande e decisiva “prova cruciale” sia arrivata. Ho proposto con frequenza questa alternativa: o ci proponiamo di rifondare il Brasile su una nuova visione del mondo e del futuro, o saremo condannati a essere un’appendice del progetto-mondo che è entrato in crisi nei paesi centrali, infiltrandosi per tutto il sistema e che non arriva a incontrare una soluzione accettabile. Abbiamo la voglia di fare il passo che ci rinnovi fin dalle fondamenta? Benjamin misura le parole: “Il nostro sistema politico gira a vuoto. Governa se stesso, invece di governare il Brasile. Imprigionati in questa trappola, siamo diventati una società di fiacca volontà, che non arriva a canalizzare la sua energia verso quello che veramente importa. Società così perdono la capacità di svilupparsi ancor di più in un contesto internazionale come l’attuale in cui le dispute si inveleniscono”. E conclude: “Abbiamo bisogno di trovare gente nuova, organizzata in maniera nuova, che, invece di tentare di adattarsi a quello che la società è o appare essere, accetti di correre i rischi di annunciare quello che lei può aspirare a essere per darle nuovi impulsi. Questa è la gente nuova è che stiamo cercando e che Cellso Furtado tanto sognava.

Il mio modesto tastare il polso del mondo mi suggerisce che importa realizzare le seguenti trasformazioni se vogliamo uscire bene dalla crisi e avere un progetto autonomo di nazione:

1. Assumere il paradigma contemporaneo già formulato negli ultimi cento anni: l’asse portante non saranno più l’economia sostenibile e il PNB, ma la vita. La vita della Terra viva, la diversità della vita e la vita umana. Il capitale materiale esaurito, darà luogo al capitale umano-culturale inesauribile, permettendoci di essere più avendo di meno e integrare tutto nella stessa Casa Comune. Tutto il resto deve essere collocato al servizio di questa biociviltà, chiamata anche “Terra di Buona Speranza”(Sachs, Dowbor). Se si continua, il paradigma attuale ci porterà fra fatalmente al peggiore dei mondi.

2. Fare una vera riforma politica. Quella che è stata fatta non merita questo nome e è frutto di spregevole fisiologismo.

3. Fare la riforma tributaria per diminuire le diseguaglianze del paese uno dei più diseguali del mondo, vale a dire, in termini etico politici, più ingiusti.

4. Fare una riforma agraria e urbana, già che l’assenza della prima ha portato a far prevalere l’affare agroindustria per l’esportazione a detrimento della produzione alimentare e ha spinto l’83% della popolazione a emigrare verso le città, generalmente verso le periferie, con una cattiva qualità di vita, di salute, di educazione, di trasporto e infrastrutture.

-introdurre di forma estratica la questione ecogica, urgente in tutto il mondo.

Ritorno al titolo di Benjamin: “E’ pau, é pedra é um fim de caminho”, non solo la fine dell’attuale progetto Brasile ma la fine del progetto-mondo in vigore.

Tra poco, l’economia sarà orientata dall’ecologia e dai beni e servizi naturali. In questo possiamo essere grande potenza per le immense risorse che abbiamo. Il mondo avrà bisogno di noi più che noi del mondo.

Per chi prende su serio la riflessione su un’ecologia integrale praticamente assente nelle discussioni economiche, il riscaldamento globale e i limiti fisici della Terra, queste mie parole non sono apocalittiche ma realistiche. Dobbiamo cambiare se vogliamo continuare a stare sul pianeta Terra, dato che è a causa della nostra irresponsabilità e incoscienza se già fin d’ora non ci tollera più.

Vedi il mio libro Cuidar da Terra-Proteger a vida: como evitar o fim do mundo, Record, 2010.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

2 Comentários leave one →
  1. 10/06/2015 5:19

    Republicou isso em O LADO ESCURO DA LUA.

  2. 10/06/2015 21:09

    OS PAÍSES RICOS DEVERIAM MUDAR DE PRÁXIS SOCIAL
    Nós latinos americanos e países periféricos só não não fazemos uma virada histórica de 180 graus devido a nossa microeletrônica ainda está incipiente.
    Nos países centrais, a revolução eletrônica está pululando de máquinas sofisticada da terceira revolução industrial atual, mas sua práxis está anacrônica e obsoleta. Tentam tirar o mundo do sufoco por antigas fórmulas.
    Se os países do primeiro mundo (ainda o são?…) adota-se uma práxis diferente que coadunasse com a mutação tecnológica na qual estamos a passar, cuja inserção em nosso mundo é a responsável por todas as transformações que estão ocorrendo no nosso paneta Terra social-cosmológico-ecológico.
    Os países centrais têm tudo para mudar o nosso mundo. Não o fazem porque não querem.
    odéciomendesrocha

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