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STERZATA PERICOLOSA

15/06/2015

L’iniziativa dell’amministrazione Dilma Roussef di fare un conguaglio fiscale ed economico di chiaro stampo neoliberale, allineato agl’interessi delle grandi corporazioni multinazionali, ai latifondisti nazionali, ai fondi di pensione, alle banche private e ad altri enti finanziari, ha tutta l‘aria di una sterzata pericolosa per il futuro politico del nostro paese.

L’alternativa che si imponeva, avendo sostenitori di ambo i lati, era la seguente: o continuare con la volontà di reinventare il Brasile, con un progetto su nuove basi, sostenuto dalla nostra cultura, dalle nostre ricchezze naturali (estremamente importanti dopo la costatazione che i beni naturali non rinnovabili sono un tot limitato e che il sistema Terra è squilibrato), progetto questo difeso brillantemente dallo scienziato politico Louis Gonzaga de Souza Lima, in un libro che fino ad oggi non ha avuto l’attenzione che meritava: A refundação do Brasil: rumo a una società biocentrada (RiMa, São Carlos, SP 2011); oppure ci sottomettiamo alla logica imperiale che ci vuole soci, incorporati, subalterni, in una specie di ricolonizzazione, che ci obbliga a essere soltanto fornitori di prodotti in natura (commodities, granaglie, minerali, acqua virtuale ecc.) che essi non posseggono e di cui hanno bisogno urgente.

Il primo realizzerebbe il sogno maggiore di coloro che hanno pensato il Brasile veramente indipendente, da Joaquim Nabucco fino a Darcy Ribeiro e Luiz Gonzaga de Souza Lima e alla maggioranza dei movimenti sociali di stampo libertario. Questi sempre hanno nutrito il progetto di nazione autonoma, sovrana e aperta al mondo intero.

Il secondo accetta con rassegnazione il più forte insieme alla logica hegheliana del “Signore e del servo” e conferisce immensi vantaggi alle classi tradizionalmente beneficiate e che hanno voltato le spalle alle grandi maggioranze, ormai abbandonate alla loro povertà e miseria: gli indigeni quasi sterminati, in neri schiavizzati e colonizzati per quattro secoli.

Finora ha prevalso questa seconda alternativa. Con la vittoria democratica di coloro che venivano dal basso, dal PT e soci, si potrebbe sperare la ripresa del sogno di un altro Brasile con le trasformazioni che sarebbero implicite: riforma politica, tributaria, agraria, urbana e ambientalistica. Ma niente di questo è avvenuto.

C’è stata, a dire il vero, e è importante riconoscerlo, una politica di ridistribuzione di reddito, un aumento dei salari, politiche sociali che direttamente hanno beneficiato 36 milioni di brasiliani che stavano ai margini. Ma un progetto di sviluppo fatto in base al consumo e alla produzione, non poteva non raggiungere i suoi limiti e alla fine svuotarsi. È stato quello che purtroppo è avvenuto. Abbiamo perso un’opportunità storica unica, vuoi per mancanza di visione strategica di lungo corso, vuoi per l’urgenza di dare il minimo ai milioni di esclusi. In ogni caso, la storia, che non è lineare, non ha l’abitudine di ripetersi e non c’è stato lo scatto necessario per il nuovo o inaudito fattibile.

Adesso stiamo affondando nella palude di una megacrisi che alcuni credono sia la maggiore della nostra storia (Cid Benjamin), perplessi e con soluzioni che difficilmente garantiscono un buon futuro alla maggioranza dei brasiliani. Nubi scure coprono il nostro orizzonte. Saremo dunque nuovamente obbligati a ripetere quelle cose che non sono riuscite nel passato e che adesso si mostrano non essere giuste nemmeno nei paesi che hanno portato in gestazione l’attuale sistema di produzione, distribuzione, consumo e di rapporto predatorio con la natura? Il paradigma della modernità si è esaurito quanto a capacità di presentare alternative.

C’è un timore abbastanza generalizzato che consiste nel fatto che siamo forzati a seguire lo strano consiglio dato dal tanto lodato Lord Keynes per uscire dalla grande depressione degli anni 30 del secolo passato:

«Per almeno 100 anni dobbiamo simulare davanti a noi stessi e davanti a qualsiasi altra persona che quello che è bello è sporco e quello che è sporco è bello perché lo sporco è utile, il bello non lo è. L’avarizia, l’usura, il sospetto devono essere i nostri “dèi” perché sono loro che potranno guidarci fuori dal tunnel della necessità economica in direzione della luce del giorno… Dopo verrà il ritorno ad alcuni dei principi più sicuri e certi della religione e delle virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, che l’usura è un crimine e che l’amore per il denaro è detestabile» (Economic possibilities of our Gran-Children).

Qualcosa di simile pensano i responsabili della crisi del 2008, perché continuano a propagare che greed is good, che «l’avarizia è buona». Per chi? Non per milioni di affamati, disoccupati, emarginati o per gli esclusi dall’attuale sistema produttivistico, consumistico, individualistico e cinico ma vantaggioso per un pugno di miliardari che controllano grande parte dei flussi finanziari del mondo.

Viene a proposito la frase di Martin Heidegger pubblicata dopo morte con un riferimento al destino della nostra civiltà che ha dimenticato l’Essere (o fondamento ultimo che sostiene tutte le cose) e si è perso negli enti (il senso immediato e consumabile): «Soltanto un Dio potrà salvarci» (nur ein Gott kann uns noch retten).

Il Dio della tradizione giudeo-cristiana è un Dio Salvatore e liberatore degli oppressi, “un sovrano amante della vita” (Sap. 11,24). Crediamo e speriamo che non permetta questa volta che la vita debba avere la peggio.

Leonardo Boff, A grande trasformação, Vozes, Petropolis 2014.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

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