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Pace: un bene scarso e sempre desiderato

10/01/2016

All’inizio di ogni anno si fanno e si ricevono auguri di pace e felicità. Se guardiamo con realismo la situazione attuale del mondo e anche dei singoli paesi, Brasile compreso, quello che manca è proprio la pace. Un bene così prezioso è sempre desiderato. E dobbiamo mettercela tutta (quasi quasi dicevo: bisogna lottare, il che sarebbe contraddittorio) per avere quel minimo di pace, che rende la vita desiderabile: pace interiore, pace in famiglia, pace nelle relazioni di lavoro, pace nei rapporti politici, pace tra i popoli, pace con la Madre Terra e pace con Dio. E come è necessaria! Senza contare gli agguati terroristici, esistono al mondo 40 focolai di guerra o conflitti, generalmente devastanti.

Sono molte e a volte misteriose le cause che distruggono la pace o ne impediscono la costruzione. Mi limito alla prima di queste: la profonda diseguaglianza sociale mondiale. Thomas Piketty ha scritto un libro intero sulle Disuguaglianze (Università Bocconi, 2014). Il solo fatto che circa l’1% di questi multimiliardari controllino gran parte delle rendite dei popoli; e, in Brasile, secondo lo specialista del ramo Marcio Pochmann, sei famiglie si dividono il 46% del PNL mostra il livello della diseguaglianza. Piketty riconosce cha “la maggior parte delle rendite da lavoro sono forse diventate il problema centrale della diseguaglianza dei nostri tempi e forse addirittura di tutti i tempi (Op.cit.p.12). Reddito altissimo di pochi, infame miseria di sterminate maggioranze.

Non dimentichiamo che diseguaglianza è una categoria analitico-descrittiva. Essa è fredda, perché non lascia trasparire il clamore della sofferenza che nasconde. Etico-politicamente si traduce come ingiustizia sociale. E teologicamente, come peccato sociale e strutturale che coinvolge il disegno del creatore che ha fatto gli esseri umani a sua immagine e somiglianza con uguale dignità e stesso diritto ai beni della vita. Questa giustizia originale (patto sociale e creaturale) si è spezzata nel corso della storia e ci ha lasciato in eredità l’attuale stato di una ingiustizia clamorosa, perché riguarda chi non sa difendersi da solo.

Una delle parti più dirompenti dell’enciclica di papa Francesco su La Cura della Casa Comune è dedicata alla “diseguaglianza planetaria” (nn.48-52). È bene citare le sue parole:

“Gli esclusi sono la maggioranza del pianeta, migliaia di milioni di persone. Oggi sono menzionate nei dibattiti politico-economici internazionali, ma molto frequentemente pare che i loro problemi siano relegati in una specie di appendice, come un problema che si aggiunge quasi per obbligo o perifericamente quando addirittura non sono considerati puri danni collaterali. Di fatto nella implementazione concreta rimangono spesso all’ultimo posto… è necessario che il tema della giustizia completi sempre i dibattiti sull’ambiente, perché sia ascoltato il grido della Terra insieme a quello dei poveri” (n.49)

È qui che sta la causa principale delle distruzione delle condizioni per la pace, sia tra i singoli esseri umani, sia con la Madre Terra: trattiamo ingiustamente i nostri consimili; non coltiviamo il sentimento di equità e solidarietà con quelli che hanno meno e affrontano ogni tipo di bisogno, condannati a morire prima del tempo. L’enciclica va al punto nevralgico quando dice: “è necessario rinvigorire la coscienza che siamo una unica famiglia umana. Non ci sono frontiere o barriere politiche o sociali che permettano di isolarci e, per ciò stesso, non c’è spazio per la globalizzazione dell’indifferenza” (n. 52).

L’indifferenza è assenza di amore, espressione di cinismo e di mancanza di intelligenza cordiale e sensibile. Argomento sempre ripreso nelle mie riflessioni, poiché senza di queste non abbiamo voglia di tendere la mano all’altro né di curare la Terra, essa pure sottomessa a gravissima ingiustizia ecologica: le facciamo guerra su tutti i fronti fino al punto che essa è entrata in un processo di caos, con il riscaldamento globale e i suoi effetti estremi.

Riassumendo: o saremo persone sociali e ecologicamente giuste, oppure mai arriveremo a godere una pace serena.

A mio modo di vedere, la miglior definizione di pace sta scritta nella Carta della Terra, dove si dice: “La pace è la pienezza che risulta dai rapporti corretti con se stessi, con le altre persone, con altre culture, con altre vite, con la Terra e con il Tutto di cui facciamo parte” (n. 16, f). A questo punto è chiaro che la pace non è una realtà a se stante; essa è il risultato di relazioni corrette con le differenti realtà che ci circondano. Senza queste relazioni corrette (questo è giustizia), mai avremo pace.

Per me è chiaro che nel quadro di una società produttivistica, consumistica, competitiva e assolutamente non cooperante, indifferente e egoista, organizzata mondialmente, non potrà esserci pace. Al massimo qualche rappacificazione. Dobbiamo creare un altro tipo di società che prenda posizione in relazioni giuste fra tutti, con la Natura, la Madre Terra e con il Tutto (Il mistero del mondo, o Dio) a cui apparteniamo. Allora fiorirà la pace, che la tradizione etica ha definito come “opera della giustizia” (Opus justitiae, pax).

*Leonardo Boff, teologo e columnist del JB on line

Traduzione Romano Baraglia e Lidia Arato

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  1. 13/01/2016 8:40

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