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Un ethos mondiale della cura. Per evitare l’abisso

02/03/2016
Leonardo Boff*

La Carta della Terra, un documento nato da una consultazione di base dell’umanità, sotto il coordinamento di M. Gorbachev, con l’obiettivo di definire valori e principi per la salvezza della nostra civiltà, e approvato dall’Unesco nel 2003, inizia con questo severo avvertimento: «Ci troviamo in un momento critico della storia della Terra, in un’epoca in cui l’umanità è chiamata a scegliere il suo futuro (…): o stringiamo un’alleanza globale per prenderci cura della Terra e gli uni degli altri o potremo assistere alla distruzione della nostra specie e della biodiversità».

Nella sua enciclica Laudato si’, papa Francesco lancia un avvertimento analogo: «Basta guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (n. 61). E aggiunge: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli» (n. 53). Un comportamento, conclude, «che a volte sembra suicida» (n. 55).

La Carta della Terra e la Laudato si’ sono a mio parere gli unici documenti di carattere mondiale a offrire una proposta alternativa per la nostra relazione con la Terra, contrapponendo al paradigma della conquista e del dominio, proprio della modernità, il paradigma della cura e della responsabilità, proprio del presente. Due paradigmi opposti: quello moderno ci pone al di fuori e al di sopra della natura, nell’atto di dominarla, e quello nuovo ci fa sentire parte di essa, nell’atto di prendercene cura. Il nucleo della questione ecologica sta nella scelta tra queste due diverse relazioni con la Madre Terra: o di potere e di sfruttamento o di cura e convivenza.

Bisogna pertanto superare la trappola tesa dalle varie conferenze sul riscaldamento globale organizzate dall’Onu, ancora dominate dall’idea di poter superare la crisi con mezzi tecnici e dunque dalla proposta delle ricette di sempre, le quali non fanno che aggravare il problema anziché offrire un’alternativa al paradigma vigente. Diceva bene Albert Einstein: «Non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso pensiero che li ha generati». A nulla serve limare i denti del lupo nell’illusione di fargli perdere la ferocia. La ferocia del lupo non è nei suoi denti ma nella sua natura. Un inganno in cui è fatalmente caduta quasi tutta la riflessione ecologica contemporanea, la quale si è limitata all’ambientalismo senza aprirsi a una visione integrale, quella basata sul presupposto che tutto è in relazione, come riconoscono l’enciclica e la Carta della Terra.

La nostra proposta è quella contenuta nel sottotitolo della Laudato si’: “La cura della casa comune”. Notiamo la sfumatura: il papa non parla semplicemente di pianeta o di Terra, ma adotta il linguaggio della ragione sensibile e cordiale, parlando di “casa comune” e di “Madre Terra”.

Il papa assume con decisione il nuovo paradigma, nato dalla nuova cosmologia, dalla fisica quantistica e dalle scienze della vita e della Terra, secondo cui tutti gli esseri sono sempre in relazione, sono interdipendenti e possiedono un valore intrinseco, indipendentemente dall’uso che ne fanno gli esseri umani: la Terra è la casa comune, un super-organismo vivente. La nuova ecologia pone l’accento sulla cultura della cura e della compassione e sull’articolazione permanente tra il grido della Terra e il grido dei poveri, riscattando quella ragione sensibile che corregge e arricchisce la ragione strumentale-analitica, la principale causa dell’attuale crisi ecologica.

Al di sopra di tutto, si impone il paradigma della cura. Se un giorno, a causa della nostra irresponsabilità, la Madre Terra non riuscisse più a produrre e a riprodurre la vita per tutti, ogni cosa verrebbe meno: la nostra civiltà, i nostri progetti, i nostri sogni e la nostra stessa esistenza. La Madre Terra – la Magna Mater degli antichi, la Nana degli orientali, la Pacha Mama dei popoli andini, la Gaia dei moderni – è, allora, la precondizione di tutto ciò che esiste e che possa esistere in questo mondo.

La descrizione convenzionale della Terra come pianeta composto da parti emerse, i continenti, e da fiumi, mari e oceani, è solo esteriore, e direi anche povera. La Terra è ben altro: è la coesistenza, l’inter-retro-relazione di tutti questi fattori sempre interdipendenti e articolati tra loro in modo da rendere la Terra un super-organismo vivo, dinamico e sempre pronto a produrre e riprodurre vita.

A partire dagli anni ’70, è apparso infatti chiaro alla maggior parte della comunità scientifica che la Terra non si limita a presentare vita sul suo suolo, ma offre un’articolazione così sottile ed equilibrata delle componenti fisiche, chimiche, energetiche ed ecologiche da essere in grado di mantenersi viva. Di tutto ciò, nel 2002, James Lovelock e la sua équipe hanno presentato le prove, trasformando quella che era solo un’ipotesi in una teoria scientifica (cioè in una verità scientifica). A ciò si aggiunge il fatto che, il 22 aprile 2009, l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato all’unanimità la proposta di trasformare la Giornata della Terra del 22 aprile in Giornata della “Madre Terra”, accogliendo con ciò l’idea che solo un essere vivente può produrre vita. Così è la Terra: un essere pieno di vita che genera vita. Afferma il grande biologo Edward Wilson che, se guardassimo un grammo di terra al microscopio, potremmo vedere 10 miliardi di microrganismi di 6mila specie differenti. È la prova che la Terra è viva.

Le minacce alla Madre Terra

Sono quattro le principali minacce che pesano sulla nostra casa comune. La prima è data dallo stile di vita moderno, le cui origini affondano nella nuova visione scientifica del mondo affermatasi nel XVI secolo, quando si è smesso di guardare alla Terra come alla grande generatrice di vita, per vederla come una cosa – res extensa –, un baule pieno di risorse a servizio dell’essere umano. Sulla base della tecnoscienza si è progettato un nuovo paradigma: quello della conquista e del potere come dominazione, allo scopo di sottomettere la natura, di conquistare altri popoli e di creare forme più efficaci di sfruttamento delle risorse della Terra in funzione del profitto. Ed è così che sono stati eliminati popoli interi, come in America Latina, e devastati interi ecosistemi, come la Foresta Atlantica e parte dell’Amazzonia.

Tale paradigma ha prodotto due ingiustizie: una sociale, con la creazione di una grande e diffusa povertà, e l’altra ecologica, con la devastazione di interi ecosistemi. A partire dal 1972, quando si è realizzato il primo bilancio sullo stato della Terra, scienziati e capi di Stato si sono resi conto che la Terra è malata. E la causa è il modello di sviluppo sfrenato e diseguale imposto in tutto il mondo. Oggi l’umanità ha toccato i limiti della Terra, acquisendo la consapevolezza di non poter mantenere l’attuale stile di vita. Se gli Usa, l’Europa e il Giappone volessero estendere a tutta l’umanità il loro livello di benessere, ci sarebbe bisogno perlomeno di cinque Terre uguali alla nostra. Ed è impossibile. È necessario cambiare perché ci sia più equità.

L’attuale stile di vita è individualista e consumista. Dobbiamo contrapporgli la sobrietà condivisa, la frugalità volontaria e la solidarietà nei confronti di chi meno ha. Possiamo essere più con meno.

Il 13 agosto 2015 si è registrato l’Earth Overshoot Day, il Giorno del sovrasfruttamento, quello in cui la Terra la esaurito la biocapacità di far fronte alle esigenze umane. Per farlo, c’è ora bisogno di 1,6 pianeti. In altre parole, il nostro stile di vita è insostenibile. Nel gennaio 2015, 18 scienziati hanno pubblicato sulla famosa rivista Science uno studio su “I limiti planetari: una guida per uno sviluppo umano in un mondo in cambiamento”. Lo studio elenca 9 aspetti fondamentali per la continuità della vita, tra cui l’equilibrio dei climi, la conservazione della biodiversità, la preservazione della fascia di ozono e il controllo dell’acidificazione degli oceani. Si incontrano tutti in uno stato di deterioramento, ma i più degradati sono i due che vengono definiti “limiti fondamentali”: il cambiamento climatico e l’estinzione delle specie. Il superamento di tali limiti può condurre la civiltà al collasso.

Prendersi cura della Terra significa opporre al paradigma della conquista che devasta gli ecosistemi quello della cura che preserva la natura, risana le ferite passate e previene quelle future. Dobbiamo produrre quello di cui abbiamo bisogno per vivere, ma rispettando i ritmi della natura e restando all’interno dei limiti di ogni ecosistema.

La seconda minaccia consiste nella macchina di morte rappresentata dalle armi di distruzione di massa, chimiche, biologiche e nucleari, che possono distruggere la vita intera in 25 diversi modi. Una minaccia a cui dobbiamo opporre una cultura della pace, del rispetto per i diritti della vita, della natura e della Madre Terra e la distensione e il dialogo tra i popoli. Invece del “chi vince e chi perde”, occorre perseguire il “vincono tutti”, cercando convergenze nella diversità.

La terza minaccia è la mancanza di acqua potabile. Di tutta l’acqua che esiste sulla Terra solo il 3% è acqua dolce, tutto il resto è acqua salata. Di questo 3%, il 70% è destinato all’agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% all’uso umano. Una quantità irrisoria che spiega perché più di un miliardo di persone soffra di insufficienza idrica. Il ciclo dell’acqua si sta riducendo di anno in anno, con il rischio di una grave crisi mondiale con migliaia e migliaia di vittime o di guerre violente per l’accesso alle fonti idriche. Che l’acqua si sia trasformata in merce è una perversità: l’acqua è un bene naturale, vitale, comune e insostituibile che non dovrebbe mai essere usato come fonte di lucro, perché non si può negoziare sulla vita, che è sacra.

Prendersi cura dell’acqua implica la cura delle foreste, perché sono queste le protettrici naturali di tutte le acque. Eppure, più della metà delle foreste umide mondiali è andata distrutta, alterando i climi, prosciugando i fiumi e riducendo le falde acquifere. Ciascun albero assorbe anidride carbonica e mediante la fotosintesi produce l’ossigeno necessario alla vita.

La quarta grande minaccia è rappresentata dal crescente riscaldamento della Terra. La geofisica del pianeta prevede la costante alternanza di fasi di freddo e di caldo. Ma tale ritmo naturale è stato alterato dall’eccessivo intervento umano: l’anidride carbonica, il metano e gli altri gas del processo industriale hanno creato una nube intorno alla Terra che trattiene il calore qui in basso, un calore che sta aumentando in maniera irrefrenabile. Ci stiamo avvicinando all’aumento di 2°C: con tale temperatura sarebbe ancora possibile amministrare i cicli della vita, ma anche così molte specie non riuscirebbero ad adattarsi e scomparirebbero. Secondo Edward Wilson, stanno scomparendo ogni anno tra le 27mila e le 100mila specie viventi. Un’autentica devastazione.

Gli scienziati ci avvertono che, se le cose non cambieranno, a metà di questo secolo la Terra potrebbe andare incontro a un brusco aumento di temperatura, anche di 4-6°C. Con questo aumento, ci avvisano, nessuna forma di vita conosciuta sarebbe risparmiata. La specie umana sarebbe in grave pericolo: grazie alla scienza e alla tecnologia qualche milione di persone potrebbe forse salvarsi, ma la grande maggioranza sarebbe condannata a scomparire. Nel caso peggiore, la Terra andrebbe avanti, coperta di cadaveri, ma senza di noi. E sarebbe una disgrazia indescrivibile. Il grande naturalista di origine francese Théodore Monod, nel suo libro L’avventura umana, ci ha lasciato questo avvertimento: «Siamo capaci di una condotta insensata e demente; a partire da adesso, si può temere tutto, proprio tutto, anche l’annientamento della specie umana».

A ragione, il chimico Paul J. Crutzen, Nobel per la Chimica nel 1995, ha parlato dell’avvento di una nuova era geologica: l’Antropocene. E molti scienziati lo hanno seguito. L’Antropocene configurerebbe una nuova era in cui la grande minaccia alla vita, il vero Satana della Terra, non è un meteorite ma lo stesso essere umano.

Per prenderci cura della Terra contro il riscaldamento globale dobbiamo cercare fonti alternative di energia, come la solare e l’eolica, perché è quella fossile – il motore della nostra civiltà industriale – a produrre, in gran parte, l’anidride carbonica. Siamo chiamati a vivere le diverse “erre” della Carta della Terra: ridurre, riusare, riciclare, riforestare, rispettare e respingere ogni appello al consumo.

La Terra che sente, pensa, ama, cura e venera

La Terra non ha generato solo noi esseri umani. Ha prodotto l’immensa comunità di vita, a partire dalla miriade di microrganismi che compongono il 90% di tutta la rete della vita. In tutti gli esseri viventi è presente lo stesso alfabeto genetico di base: i 20 aminoacidi e le quattro basi fosfatate. È la combinazione differenziata di questi elementi a creare la biodiversità all’interno della sacra unità della vita. È per questo che un legame di fraternità ci unisce tutti.

Noi, esseri umani, siamo quella porzione della Terra che, in un momento di alta complessità, ha cominciato a sentire, a pensare e ad amare. Siamo Terra, come si dice in Genesi 2,7 e come papa Francesco ribadisce nella sua enciclica (n. 2). Sentire che siamo Terra e prenderci cura di essa significa immergerci nella comunità terrena, nel mondo dei fratelli e delle sorelle, come vissuto esemplarmente da Francesco d’Assisi nella sua mistica cosmica e come ripetuto da papa Francesco (n. 10).

La coscienza collettiva sta lentamente incorporando la sfida di provvedere alla casa comune, rendendola abitabile per tutti, conservandola nella sua generosità e preservandola nella sua integrità e nel suo splendore. Nasce da qui un ethos mondiale della cura e della responsabilità collettiva, in grado di unire gli esseri umani al di là delle loro differenze culturali, affinché si sentano di fatto come figli e figlie della Terra, che la amano e la rispettano come propria madre. È importante, come afferma papa Francesco, «alimentare una passione per la cura del mondo» (n. 216). Del resto, siamo la stessa Terra che si preoccupa del proprio destino e cerca sempre più di provvedere a se stessa attraverso la nostra cura. E tutti siamo sotto la cura dello Spirito Creatore, del Dio che si è rivelato come «sovrano amante della vita» (Sap 11,26). E che, sicuramente, non permetterà che abbia fine la vita umana sulla Terra.


L’autore di questo articolo è Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione e massimo esponente del nuovo paradigma ecoteologico; tra le altre cose, ha scritto Grido della terra grido dei poveri. Per una ecologia cosmica (Cittadella, 1996), Il Tao della Liberazione (Fazi Editore, 2014) e Al cuore del Cristianesimo (Emi, 2013). Pubblicato per Adista Roma marzo 2016.


 

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