Skip to content

Alla ricerca del “Tao della liberazione”. Una rivoluzine verso la “Grande Svolta”

13/10/2016

Adista Documenti: n° 13 del 05/04/2014: ADISTA é uma conhecida publicação semanal de informação religiosa que cobre as várias igrejas e religiões. CLAUDIA FANTI é uma das colaboradoras que se especializou em assuntos da América Latina e em questões de ecologia. Publicamos aqui a apreciação altamente judiciosa que fez do livro escrito pelo cosmólogo canadense Mark Hathaway e por por mim O Tao da Liberação, traduzido para o italiano. Como se trata de um bom resumo de um livro de mais de 600 páginas, reproduzimos aqui o seu texto com a seleção de partes importantes da obra: Lboff

******************************

ROMA-ADISTA. Una ricerca appassionata «della saggezza necessaria per compiere profonde trasformazioni nel mondo», realizzata attraverso una rilettura della Teologia della Liberazione a partire dalle frontiere più avanzate della scienza e dai valori della tradizione taoista: è tutto questo Il Tao della liberazione, scritto nel 2009 dal teologo brasiliano Leonardo Boff e dal cosmologo canadese Mark Hathaway e oggi pubblicato in italiano dalla casa editrice Fazi (Roma, 2014, pp. 686, euro 22), nella collana di libera ricerca spirituale “Campo dei Fiori”.

Una ricerca sintetizzata al meglio dal titolo del libro (vincitore negli Stati Uniti, nel 2011, del premio Nautilus Gold Medal in Scienza e Cosmologia): se con l’antica parola cinese Tao – che vuol dire «via, cammino verso l’armonia, la pace e le giuste relazioni» – gli autori indicano «la saggezza che risiede nel cuore stesso dell’universo e che racchiude l’essenza della sua finalità e della sua direzione», con il termine “liberazione” esprimono invece quel processo orientato a «porre rimedio al terribile danno che abbiamo inflitto l’uno all’altro e al nostro pianeta», in direzione di un mondo «in cui tutti gli esseri umani possano vivere con dignità e in armonia con la grande comunità che compone Gaia, la Terra vivente», all’interno di un universo in cammino, anch’esso, verso la realizzazione delle proprie potenzialità.

È una ricerca che non può che partire dal riconoscimento della portata e della gravità dell’attuale crisi: condensando tutta la storia dell’universo in un unico secolo, se la Terra nasce nell’anno 70, la vita tre anni dopo, i mammiferi a metà dell’anno 98 e l’homo sapiens 12 ore fa, è solo negli ultimi 12 secondi che il ritmo dello sfruttamento e della devastazione ecologica accelera drasticamente, producendo la distruzione di quasi metà delle grandi foreste della Terra (ogni anno si disbosca un’area pari all’estensione del Bangladesh), l’emissione nell’atmosfera di quantità immense di anidride carbonica e di altri gas serra (che porteranno forse, entro la fine del prossimo secolo, ad un aumento della temperatura di 3-4 gradi centigradi), la perdita spaventosa di fertilità del suolo (il 65% della terra un tempo arabile ormai non lo è più), l’immissione nell’aria, nel suolo e nell’acqua di decine di migliaia di nuove sostanze chimiche, l’estinzione di centinaia di migliaia di specie vegetali e animali, l’azzeramento, insomma, di un lavoro «che la rete biotica ha svolto in centinaia di milioni di anni» (e il tutto a beneficio di una fascia molto piccola dell’umanità).

In questo quadro, due sole sono le alternative: scegliere di non intraprendere alcuna vera trasformazione, perpetuando l’attuale sistema globale di dominio e scivolando così «in un futuro di infelicità, povertà e degrado ecologico ancora peggiori», oppure «metterci alla ricerca del Tao della liberazione», operando una «rivoluzione della coscienza», una re-invenzione di noi stessi in quanto specie, in direzione di «una nuova civiltà planetaria in cui la bellezza, la dignità, la diversità e il rispetto assoluto per la vita siano al centro di tutto: un’autentica Grande Svolta». Ma com’è nata, si chiedono gli autori, la psicosi di cui soffriamo oggi? E come sfuggire alla rete di «dipendenze, negazione e oppressione interiorizzata» che, paralizzandoci, ci distoglie dall’impegno di costruire comunità al servizio della vita? Se «i legacci che ci stringono sembrano indistruttibili», in realtà – scrivono Boff e Hathaway – «la vacua cosmologia del consumismo non può spegnere del tutto la nostra sete di comunione, di creatività e di bellezza», perché «in cuor nostro sappiamo che qualcosa è sbagliato, che in qualche maniera siamo incompleti». Si tratta allora di promuovere lo sviluppo dell’identificazione con gli altri, migliorando la capacità di provare empatia e compassione e in tal modo espandendo il nostro senso del sé verso «cerchi dell’essere sempre più ampli fino a includere la grande comunità della Terra». Fino, cioè, a comprendere che «non siamo semplicemente sulla Terra», ma che «noi siamo la Terra stessa che in questa fase della sua evoluzione ha cominciato a sentire, pensare, amare, venerare e avere cura».

Ma perché ciò sia possibile, «abbiamo anche bisogno – come evidenzia nell’introduzione Fritjof Capra (il celebre autore del libro Il Tao della fisica) – di una nuova comprensione della realtà e di una nuova concezione del posto che l’umanità occupa all’interno del cosmo»: quella che gli autori definiscono come «cosmologia della liberazione» (intendendo per cosmologia una visione del mondo condivisa che dia significato alla nostra esistenza), in contrapposizione a quella «cosmologia della dominazione» che ha in larga parte autorizzato «la sottomissione della Terra», sostituendo a una visione del cosmo come «dimora vivente ricca di mistero» quella di un universo «come un’immensa macchina composta di semplici “mattoni” che funzionano in modo deterministico», un universo morto, fatto di materia inanimata, che è dunque possibile sfruttare senza rimorsi nel nome dello sviluppo economico e sociale.

Ci ha pensato poi la ricerca scientifica contemporanea, a cui gli autori dedicano diversi capitoli del libro, a smantellare tale visione, rivelando la natura profondamente olistica e relazionale del cosmo, inteso piuttosto come una rete di relazioni in cui «ogni parte riceve il suo significato e la sua esistenza solo dal posto che occupa all’interno del tutto» e in cui «tutte le comunità si sono evolute come se fossero un grande organismo». Un cosmo, cioè, come «un’entità vivente con la sua libertà e le sue dinamiche creative» («Ecco tutta la storia in un rigo», ha scritto il cosmologo Brian Swimme: «Si prende l’idrogeno e lo si lascia tranquillo, e lui si tramuta in roseti, giraffe ed esseri umani»), così come una sorta di superorganismo vivente si rivela la Terra, essendo «molto solide» le prove dell’attività autoregolatrice dell’ecosfera (tant’è che, sostiene James Lovelock, senza la vita, l’atmosfera terrestre assomiglierebbe moltissimo a quella di Marte o di Venere). È la teoria di Gaia, la cui versione “forte” sostiene «che gli organismi viventi, operando insieme, in qualche modo di fatto regolano o controllano il loro ambiente per conservare, o forse anche per ottimizzare, le condizioni necessarie alla vita».

È come, insomma, se l’evoluzione, secondo l’idea di Teilhard de Chardin, fosse «plasmata in modo da convergere verso uno stadio superiore e finale ancora-da-raggiungere, chiamato “punto Omega”», che, se non è possibile dire con esattezza a cosa somiglierà, sembra però implicare «livelli di complessità, di interrelazioni, di diversità e di autocoscienza sempre maggiori». Di modo che, sottolineano gli autori, è possibile affermare che il cosmo «si trova ancora in un processo di genesi» e che dunque «ciascun essere e ciascuna entità sono pieni di potenzialità non ancora realizzate». Un processo in cui Dio, il Punto Omega, si rivela come «il grande Attrattore di tutte le energie e di tutte le forme della materia», affinché queste «arrivino al culmine ultimo in cui la promessa si realizza e in cui ciò che ora è virtuale diventa un’incantevole concretizzazione».

Di seguito alcuni stralci del libro tratti dal capitolo “Il cosmo come rivelazione”. (claudia fanti)

IL COSMO COME RIVELAZIONE

FINALITÀ

(…). Se l’umanità vuole orientarsi all’interno della storia del cosmo, e in particolare all’interno del dipanarsi della storia della Terra stessa, il problema dell’esistenza di un fine diventa centrale. Come abbiamo notato in precedenza, una cosmologia vivente è una cosmologia che ci aiuta a trovare un significato nelle nostre esistenze. Eppure, se il cosmo è in se stesso qualcosa di casuale e privo di scopo, che speranze abbiamo di rintracciare un tale significato? Se noi stessi non siamo che un mero evento fortuito, parte di una lunga serie di eventi fortuiti, come può la vita avere un qualunque autentico fine? (…).

Se davvero non ci fosse scopo nel cosmo, bisognerebbe realmente pensare che la maggior parte di questo libro sia stato scritto invano. Eppure, le nostre analisi sulla cosmologia sembrano in effetti mostrare che esiste una sorta di finalità intessuta nella trama del cosmo. Perché l’universo, contro ogni previsione, forma galassie, stelle e pianeti? Perché emerge la vita? Perché i batteri, perfettamente adattati al nostro pianeta, evolvono in organismi più complessi? Tutti questi fatti suggeriscono un movimento, una spinta verso la complessità che non può essere spiegata dalla sola casualità.

Con finalità, però, non intendiamo predestinazione. La cosmologia che emerge tanto dalla fisica subatomica quanto dalla teoria dei sistemi non tollera l’idea di un universo laplaciano in cui, se solo fossimo a conoscenza delle iniziali e precise condizioni di partenza di tutto, potremmo predire l’intero corso della storia. No, quando parliamo di finalità abbiamo in mente qualcosa di più sottile e più creativo. Non si tratta tanto di una destinazione intesa come direzione o orientamento verso un’evoluzione del cosmo che preveda un significato profondo e, in un certo senso, un obiettivo. L’obiettivo stesso potrebbe evolvere, e potrebbe comunque esservi un’infinita varietà di vie che muovono nella stessa direzione generale. Si tratta piuttosto di un Tao, di una specie di saggezza ambulante e che evolve, il quale è intrecciato nella trama stessa del cosmo. Non può essere definito, ma può essere percepito. Come l’idea del Malkuta (il termine aramaico usato da Gesù che viene normalmente tradotto come “Regno”, ndr), che è un principio creativo, un «“braccio carico di frutti” in procinto di creare, o una serpeggiante primavera che è pronta a sbocciare con tutto il verdeggiante potenziale della terra. È ciò che dentro di noi si dice spesso “Io posso” ed è la volontà di procedere, a dispetto di tutte le opposizioni, in una nuova direzione» (Douglas-Klotz). (…).

Più che per predeterminazione, il dispiegarsi del cosmo avviene attraverso dinamiche di autoorganizzazíone che non possono mai essere previste a causa dell’interazione di una causalità reciproca, o della “coproduzione condizionata”. Eppure, questa creatività implica in quanto tale una sorta di direzione, un movimento verso una maggiore complessità, diversità, relazionalità e consapevolezza. In un cosmo siffatto, c’è spazio per senso e scopo, ma non esiste un piano definito. Si possono seguire alcune strade per poi scoprire che sono vicoli ciechi. Altre si riveleranno migliori, magari per una determinata fase del viaggio. I modelli cambiano nel tempo e si spostano, almeno in senso lato, in una certa direzione, ma la forma futura del disegno non può mai essere conosciuta in se stessa. Non è «né casuale né determinata ma creativa» (T. Berry).

Vi è, in effetti, un’ampia gamma di prove scientifiche a sostegno dell’idea che l’universo possa non essersi evoluto come ha fatto per puro caso. Come abbiamo già evidenziato, se il tasso di espansione del cosmo fosse stato infinitesimamente più piccolo, o se la forza di gravità fosse stata infinitesimamente più forte, il cosmo non avrebbe mai potuto sviluppare nessun tipo di struttura. Parimenti, Brian Swimme sottolinea che la configurazione precisa delle quattro forze fondamentali (gravità, elettromagnetismo, interazione nucleare debole e forte) ha bisogno di essere perfettamente equilibrata per consentire all’evoluzione di strutturare il cosmo. In effetti, è stato calcolato che la probabilità che si determini questo equilibrio per puro caso è di uno su 10299 (ossia, uno su 1 seguito da duecentonovantanove zeri!). In quest’ottica, si calcola che il numero totale delle particelle elementari nell’universo sia di soli 1090 (1 seguito da novanta zeri). Probabilità come queste sono così minime che la mente umana non riesce a immaginarle. L’impressione è che l’equilibrio delle forze sia stato selezionato da determinati processi: ma come mai sono emerse proprio così?

«Forse la loro forma definitiva (…) dipese in parte dalla sperimentazione e dall’esplorazione avvenute in un’era più antica e più libera. (…). Se così stanno le cose, queste quattro interazioni possono essere considerate qualcosa di analogo alle abitudini che l’universo ha adottato nelle sue azioni primitive (…). L’universo ha stabilito le sue fondamentali interazioni fisiche in maniera simile a come ha dispiegato il suo spazio: con un’eleganza sbalorditiva. Se avesse optato per un’interazione forte leggermente differente, tutte le stelle future sarebbero esplose in pochissimo tempo, rendendo impossibile lo sviluppo della vita. Se l’universo avesse optato per un’interazione gravitazionale leggermente più forte, nessuna delle galassie future avrebbe preso forma. L’intera natura dell’universo si mostra nelle sue azioni. L’universo nella sua espansione e nella sua fondamentale coerenza rivela l’eleganza dell’attività necessaria a tenere aperte tutte le possibilità immensamente complesse del suo futuro dischiudimento» (T. Berry-Swimme).

IL PRINCIPIO ANTROPICO

Se prendiamo in considerazione la possibilità che la vita emerga da un’attività casuale, ci troviamo di fronte agli stessi livelli di improbabilità. Per esempio:

– tutte le forme di vita che conosciamo dipendono dagli atomi di carbonio. Eppure, se la risonanza nucleare del carbonio fosse stata anche solo infinitesimamente differente, in pratica non si sarebbe formato nessun atomo di carbonio nel cuore delle stelle e la vita sulla Terra non sarebbe mai nata (O’Murchu).

– Stando ad alcuni calcoli, dall’inizio del cosmo non è trascorso abbastanza tempo perché possa aver luogo una collisione casuale di atomi per dare forma a un singolo aminoacido, eppure gli aminoacidi esistono, non solo sulla Terra ma in tutta la galassia (T. Berry-Swimme).

– La probabilità che un enzima composto di una piccola catena di venti o trenta aminoacidi si formi per puro caso è semplicemente inconcepibile: Fred Hoyle e Chandra Wickramasinghe stimano che la probabilità che ciò accada attraverso un processo casuale è di una su 1040.000 vale a dire su 1 seguito da quarantamila zeri (Roszak).

Simili livelli di probabilità hanno portato gli scienziati a formulare il cosiddetto “principio antropico cosmologico”. Nella sua versione debole, questo principio (…) dice semplicemente che «le condizioni che vengono osservate nell’universo devono permettere l’esistenza dell’osservatore».

In base a questa versione del principio antropico non c’è bisogno di credere che esista realmente un qualunque tipo di scopo o direzione. Potremmo addirittura dire che ci troviamo di fronte alla mera affermazione di un’ovvietà: dato che la vita esiste nell’universo, le condizioni e le “leggi” fisiche (o abitudini) del cosmo devono avere una determinata forma per permettere l’esistenza della vita. Secondo una certa concezione, potrebbero anche esserci un’infinità di universi, gran parte dei quali non sviluppano mai alcun tipo di struttura né tantomeno forme di vita. Ci è semplicemente capitato di abitare in una delle infinitesimamente piccole porzioni di universo in cui la vita è possibile. Si tratta di una sorta di appello finale al cieco caso, qualcosa di analogo all’idea secondo cui, dato un infinito numero di scimmie che picchiano a casaccio sui tasti di una macchina per scrivere, almeno una di esse creerà per caso l’opera completa di Shakespeare. (…).

Un’altra versione del principio antropico, considerata più “forte”, segue una rotta diversa. In essa si afferma che «l’Universo possiede quelle proprietà che permettono alla vita [o, più in generale, agli osservatori] di svilupparsi al suo interno a un certo punto della storia» (Barrow-Tipler). Una volta ancora, una simile affermazione ha una sorta di retrogusto tautologico: se vi sono degli osservatori nell’universo, allora esso deve possedere quelle proprietà che permettono l’esistenza di siffatti osservatori. Tuttavia, è una versione fortemente controversa, in quanto allude a una qualche sorta di finalità, o perfino di disegno, presente nel cosmo.

(…). Come Theodore Roszak osserva, anche nella sua «formulazione più frivola, il principio antropico riecheggia un certo sommesso stupore di fronte al fatto che qualcosa come l’intelligenza esista. Esso indugia nello stupore di fronte al fatto che l’universo ha generato una vita autocosciente in grado di sopravvivere all’interno di un campo di probabilità così esiguo». Roszak prosegue notando che «l’originalità del principio antropico sta nel fatto che esso pone la vita e la mente al centro della cosmologia come questioni con cui occorre fare i conti e che meritano la nostra considerazione». Uno degli scienziati che sembra abbracciare convintamente questa concezione è il fisico matematico Paul Davies, il quale arriva a sostenere che «sembra all’opera un principio nascosto capace di organizzare il cosmo in modo coerente».

Eppure, per generazioni gli scienziati hanno completamente evitato qualsiasi allusione all’esistenza di una finalità nel cosmo. Persino oggi c’è una forte resistenza nella maggior parte della comunità scientifica a qualunque accenno alla “teleologia”, ovverosia all’idea che vi sia nella natura un disegno, uno scopo, un principio organizzatore o una finalità. (…).

Julian Huxley, per esempio, sostiene che «a prima vista, il settore biologico sembra pieno di scopi. Gli organismi sono costruiti come se perseguissero intenzionalmente un obiettivo cosciente. Ma la verità sta in queste due parole “come se”». Allo stesso modo, Charles Darwin affermava che qualsiasi traccia di uno scopo è solo apparente, poiché gli organismi non agiscono finalisticamente ma attraverso la capacità di “cogliere le opportunità”.

Ma la capacità di “cogliere le opportunità”, sottolinea Goldsmith, implica essa stessa un fine: «Un individuo adattivo non coglie un’occasione per realizzare un mutamento casuale, ma solo un mutamento adatto ai suoi scopi, quello che giudica “ipoteticamente migliore” per se stesso e per la gerarchia dei sistemi di cui fa parte». La “lotta per sopravvivenza”, infatti, è di per sé un fine. Perché mai un animale, una pianta o un microorganismo dovrebbe lottare per sopravvivere se non avesse uno scopo? Se il suo obiettivo è sopravvivere, e presumibilmente propagarsi, allora uno scopo è già presupposto. Il biologo Richard Dawkins, come abbiamo già notato, sostiene addirittura che i geni siano “egoisti”. In sostanza, dunque, si può attribuire uno scopo a una molecola (DNA) fintantoché esso è basato sull’interesse personale, ma non appena si fa riferimento a qualunque tipo di finalità che indichi una natura più altruistica e collaborativa – anche in organismi complessi con sistemi nervosi molto sviluppati – allora l’idea di scopo non è più accettabile. (…).

Alla fine, dunque, il rifiuto della teleologia nella scienza – in particolare nella biologia – è fondamentalmente un’illusione. La biologia non ha respinto la teleologia, ma solo gli argomenti teleologici non basati sull’egoismo, la competizione e la sopravvivenza: vale a dire che essa accetta quei fini che sono in sintonia con la mentalità del capitalismo, salvo poi rifiutare quelli che non lo sono. (…).

Vi è, infatti, una prova lampante del fatto che il cosmo si sia evoluto in una certa direzione, che a sua volta implica sia un obiettivo che un fine. La probabilità che solo per puro caso il nostro cosmo sia stato in grado di sviluppare la complessità che ha generato è, a tutti gli effetti, nulla. L’universo, come hanno detto alcuni scienziati, è “messo a punto” per favorire lo sviluppo della complessità e, in ultima analisi, la vita e la coscienza stesse. Per quanto riguarda il nostro pianeta, la prova a supporto dell’ipotesi di Gaia, ancora una volta, indica una specie di scopo planetario collettivo, nel senso di un movimento verso una complessità, una diversità, una cooperazione e una consapevolezza maggiori. (…).

FIGLI DI GAIA

L’umanità stessa è nata da una Terra vivente, e anche noi siamo chiamati a operare per quello scopo più grande che si palesa nelle dinamiche olistiche del pianeta e, in verità, dell’intero cosmo. Come evidenzia il teologo John Haught: «Il cosmo non è costretto, ma invitato, a far sì che al suo interno nascano continuamente forme più diverse di novità che seguono un disegno. Il cosmo non sempre accoglie questo invito in maniera semplice. Può divagare e sperimentare le diverse forme di bellezza. Merita la nostra cura, quindi, non perché sia precario, ma perché è un esempio di bellezza divinamente ispirata».

Il ricorso al concetto di “invito” è davvero illuminante. Non c’è un progetto, e forse nemmeno un obiettivo chiaro e definito, ma c’è una dinamica di attrazione (o un attrattore) che muove il cosmo verso una certa direzione. In questo senso, l’attività del cosmo è sicuramente consapevole. Inoltre, nella misura in cui facciamo parte del cosmo – e siamo qui solo perché una miriade di forze, entità, sistemi ed esseri viventi hanno creato le condizioni di possibilità per la nostra esistenza – sappiamo che la stessa possibilità di sviluppare un’autocoscienza è parte integrante della trama dell’universo fin dall’inizio. Una volta ancora, non c’è predestinazione – le cose potevano andare diversamente (e infatti probabilmente sono andate diversamente in altre parti del cosmo) -, ma la possibilità che il nostro particolare tipo di mente si manifestasse esisteva fin dal momento in cui il seme cosmico per la prima volta venne all’essere.

Quel che è chiaro è che l’umanità deve comprendere che noi, e il pianeta che abitiamo, non siamo semplici accidenti cosmici. In un certo senso, l’universo per quasi quattordici miliardi di anni ha tentato di dare vita a noi. Questo non vuol dire che ci troviamo al vertice di una specie di gerarchia: ogni creatura e ogni cosa ha il proprio posto nel cosmo. Noi siamo tutti, in un certo senso, speciali e necessari. Di certo, dalla nostra prospettiva, la stessa Gaia potrebbe essere interpretata come il più prezioso figlio del cosmo. Gaia, considerata nella totalità, è molto più complessa – e, potremmo dire, molto più bella – di qualsiasi altro essere che fa parte di questo superorganismo planetario. Come sottolinea Roszak, nonostante «gli sforzi disperati per affermare l’onnipotenza dell’accidentale, in un senso che è sia poetico che astronomicamente corretto, possiamo ormai dire che l’intero cosmo ha dato alla luce la Terra vivente».

Per quanto riguarda l’umanità, siamo davvero figli del processo cosmico e della stessa evoluzione di Gaia. Il nostro ruolo e il nostro fine devono essere intesi all’interno del ben più onnicomprensivo fine di Gaia, e del cosmo stesso in realtà. Nella misura in cui possiamo allinearci – come individui e come specie – a questa finalità più grande, nuove possibilità possono emergere, possibilità che a stento riusciamo a immaginare. (…).

IL SOGNO DELLA TERRA

(…). Se pensiamo il movimento dell’evoluzione come un processo di crescente complessità e consapevolezza, possiamo (…) considerarci un aspetto della manifestazione della mente del cosmo. In quest’ottica, quando agiamo nell’interesse della Terra, le nostre prospettive cambiano. Per esempio, come sottolinea John Seed: «Non voglio più considerarmi uno che tutela la foresta pluviale», ma piuttosto «io sono una parte della foresta pluviale che difende se stessa. Io sono parte di quella foresta pluviale recentemente emersa al pensiero».

Ken Wilber parla della nascita di questo tipo di coscienza come di un’esperienza del “Sé Eco-Noetico”, affermando che ciò non significa che ci limitiamo a riconoscere che siamo “fili di una tela”, ma che proviamo a cogliere la realtà dalla prospettiva globale della tela. «Si sta facendo qualcosa che nessun semplice filo può mai fare: si sta sfuggendo al proprio “essere filo”, lo si sta trascendendo, e si sta diventando una sola cosa con l’intero disegno. Essere consapevoli di tutto il sistema dimostra appunto che non si è semplicemente un filo».

È solo adottando questa prospettiva più ampia che possiamo veramente trovare quella saggezza che ci consentirà di porre un limite agli immensi poteri di cui disponiamo per metterli al servizio del più grande tutto. Se non riusciremo ad ampliare il nostro senso del sé per accogliere la Terra, e forse il cosmo intero, vivremo sempre nel pericolo di usare i nostri poteri per mirare a obiettivi limitati e di corto raggio, obiettivi che alla fine si riveleranno nocivi per il più grande tutto, incluse le future generazioni dell’umanità. Dall’altro lato, se riusciamo ad adottare questa nuova prospettiva, se riusciamo a ripensare il progresso in termini di accrescimento della nostra identificazione consapevole al processo dell’evoluzione cosmica, allora possiamo sperare di incanalare la nostra creatività in modi che davvero ci consentiranno di passare finalmente all’era ecozoica. Possiamo ripensare la tecnologia stessa, facendo in modo che la nostra creatività operi con, e non contro, il mondo della natura. Scienza e innovazione dovranno dunque essere esercitate in armonia con i bisogni della Terra ed essere sviluppate in un contesto ecologico. Infatti «la nostra principale preoccupazione dev’essere il ripristino dell’economia organica di tutto il pianeta», al fine di favorire la sua «intera gamma di sistemi vitali» e di stabilire «le nostre fonti di cibo e di energia primarie nel sole, il quale fornisce l’energia per la trasformazione della materia inanimata in sostanza vivente capace di nutrire il più vasto biosistema della Terra» (T. Berry).

Un modo per muovere verso questa nuova forma di coscienza che funge da fondamento per un’armoniosa creatività è la rimitizzazione della storia del cosmo affinché si avverta, al livello più profondo del nostro essere, il suo movimento e se ne comprenda l’orientamento. Così facendo, possiamo acquisire il senso della finalità del cosmo nei termini di una visione che va dispiegandosi, se non perfino di sogno. Thomas Berry, infatti, parla del nostro coinvolgimento consapevole nella creatività e nei processi della Terra che sostengono la vita in termini di partecipazione all’«esperienza di un sogno condiviso», qualcosa che riecheggia l’antica saggezza dei popoli indigeni dell’Australia: «Il processo creativo, sia esso umano o cosmologico, è troppo misterioso per una spiegazione semplice (…). Si può parlare di questo processo in molti modi, come un tentativo, un sentimento, o come un processo immaginativo. Il modo più corretto per descrivere tale processo sembra quello della realizzazione di un sogno. L’universo sembra essere il compimento di qualcosa di così fortemente immaginativo e di così sconvolgente che dev’essere stato sognato in un’esistenza. Questo risveglio è la nostra partecipazione in quanto esseri umani al sogno della Terra, quel sogno che viene realizzato nella sua integrità non nelle espressioni culturali della Terra, bensì nel profondo del nostro codice genetico. In esso la Terra si esprime con una profondità che va ben oltre le nostre capacità di pensiero attivo. Possiamo essere sensibili unicamente rispetto a ciò che ci viene rivelato. Probabilmente non abbiamo una tale partecipazione al sogno della Terra sin dalle prime epoche sciamaniche, ma proprio qui sta la nostra speranza per il futuro, per noi stessi e per l’intera comunità della Terra».

COMUNIONE E COSCIENZA

L’appello ad approfondire la nostra interiorità è dunque, al tempo stesso, un appello ad approfondire la nostra comunione con la Terra e con il cosmo intero. Per certi aspetti, questo movimento somiglia a un ritorno alle prime forme di coscienza, qualcosa che è ancora possibile osservare in svariate popolazioni indigene della Terra. Eppure si tratta di un ritorno con una sottile e tuttavia importante differenza. Joanna Macy, per esempio, mostra che nelle culture tradizionali esistevano delle forme di “partecipazione mistica” in virtù delle quali gli individui non avvertivano alcuna separazione dal mondo naturale che li circondava. Poi, in una fase successiva, gli esseri umani sono entrati nell’autocoscienza, e lì, a partire dalle prime culture agricole, passando per l’Illuminismo e la modernità, ci siamo progressivamente allontanati dalla natura. Come abbiamo mostrato in precedenza, questo passaggio ha determinato dei progressi reali, nel senso di nuove forme di conoscenza, l’ideale dei diritti umani, così come di significative (e spesso provvidenziali) innovazioni, ma è stato anche accompagnato da alti costi in termini di profonde iniquità e di distruzione dell’ambiente.

Adesso stiamo entrando nella terza fase, non appena saremo davvero pronti a fare ritorno al senso del tutto. Lo faremo, tuttavia, solo dopo aver sviluppato una coscienza autoriflessiva e una nuova visione del cosmo che è il frutto della scienza. Diversamente dalla seconda fase, adesso dobbiamo ampliare il nostro senso dell’io per includere l’abbraccio dell’intero cosmo. Sebbene infatti abbiamo cominciato come fili della tela – tentando dolorosamente di separarcene -, adesso facciamo ritorno alla tela abbandonando il nostro senso di separatezza ma conservando la capacità di autoriflessione che ci permette di concepire la tela come un tutto. Per riprendere le parole di Macy, «siamo il mondo che conosce se stesso. Possiamo ritornare a casa, e fare parte del nostro mondo in un modo più ricco, responsabile e più intensamente bello di prima (…)».

Thomas Berry avverte che è necessaria una riflessione critica se vogliamo evitare qualunque romanticismo mentre avanziamo verso una coscienza ecologica. Egli arriva a sostenere che «la nostra intimità con il mondo naturale non deve nascondere il fatto che siamo impegnati in una costante lotta con le forze della natura». Eppure, rimarca Berry, anche queste lotte «rafforzano la sostanza profonda del mondo vivente e generano l’emozione infinita della grande avventura». In ultima analisi, «le maggiori scoperte dell’essere umano nel futuro saranno la scoperta dell’intimità del genere umano con tutti gli altri tipi di esseri che vivono insieme con noi su questo pianeta, che ispirano la nostra arte e la letteratura, che rivelano il mondo arcano da cui tutte le cose vengono all’essere e con cui scambiamo la sostanza stessa della vita».

UNA NUOVA ETICA

Nel quadro di una comunione sempre più profonda con la Terra, si palesa un nuovo terreno per l’etica. Da una prospettiva ecologica «una cosa è giusta se tende a conservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica. È sbagliata se tende a qualcos’altro» (Aldo Leopold). Anche Erich Jantsch definisce «il comportamento etico un comportamento che accresce l’evoluzione». Parimenti, lo stesso principio cosmogenico fornisce le basi per un’etica nel suo triplice appello a una diversità più ampia, a un’interiorità più profonda e a un consolidamento dei legami di relazionalità.

Tutti questi fondamenti dell’etica ci inducono a ripensare – o almeno ad approfondire – quanto tradizionalmente abbiamo pensato sotto il nome di “bene” e “male”. Eppure, in qualche misura si rifanno a tradizioni più antiche. Per esempio, come abbiamo notato in precedenza, nell’aramaico parlato da Gesù la parola generalmente tradotta con “male” – bisha – esprime l’immagine di un frutto che è o acerbo o marcio, e indica un’azione che per un determinato tempo e luogo appare inappropriata. Di contro, essere “benedetti”, “felici” o “in sintonia con l’uno” (la parola in aramaico è tubwayhum) significa dare frutti maturi e appropriati (Douglas-Klotz). Una buona azione è considerata, dunque, un’azione che è appropriata a quel tempo e quel luogo. Un modo per interpretare quest’idea è dire che le nostre azioni sono appropriate quando sono espressione della creatività del cosmo. Altrimenti non porteranno buoni frutti. In aggiunta, è qui opportuno ricordare una concezione proveniente dalla cultura degli indigeni navajo del sudovest degli Stati Uniti, per i quali la spiritualità è concepita in termini di Via della Bellezza. Un’etica basata sul pensare bei pensieri, su un linguaggio fatto di belle parole e su azioni belle è un’etica che davvero mira alla promozione dell’armonia e di relazioni eque. Inoltre, un siffatto modo di essere nasce non dalla forza di volontà ma dall’ampliamento del nostro senso dell’io fino ad abbracciare la bellezza che ci circonda e a entrare in sintonia con essa, in modo da diventare noi stessi parte dell’espressione di questa bellezza. Così facendo, veniamo guidati dal desiderio di accrescere la bellezza della Terra, di conservare l’armonia e di dar vita a relazioni eque. Agiremo quindi naturalmente in accordo con l’etica ecologica.

Il filosofo Immanuel Kant osserva che, quando siamo guidati da una morale del “dovere”, non troviamo piacere nel bene ma lo consideriamo un fardello. Di contro, l’etica basata sulla creazione e il sostegno della bellezza rende l’azione giusta qualcosa di allettante e persino di gioioso. La morale del dovere si basa sul senso di colpa che, come abbiamo visto, tende a paralizzare più che a motivare. Il suo contraltare, l’etica della bellezza, si basa sulla seduzione e sulla passione. Come osserva Jim Conlon, quando siamo «adescati, sedotti, incantati da una passione o proviamo desiderio o attrazione per la bellezza […], qualcosa erompe e muta. Viviamo la sensazione di essere attratti e avvolti dall’energia dell’universo» o di essere coinvolti nel Tao stesso, o di essere investiti da quell’“io posso” caratteristico del Malkuta. È un tipo di etica che può rappresentare un potente stimolo per la liberazione e la guarigione del nostro pianeta. Brian Swimme sostiene che dobbiamo creare «una cultura che ci renda capaci di compiere atti virtuosi con gioia».

Non solo l’etica, ma la sfida stessa di reinventare completamente l’essere umano richiede visione e passione. Non realizzeremo i cambiamenti di cui abbiamo bisogno coltivando il senso di colpa o costringendo gli individui ad agire. È vero, dobbiamo riconoscere la gravità della situazione che abbiamo di fronte, ma alla fine saremo in grado di reinventare l’umanità solo se con passione ci lasceremo attrarre da un nuovo modo di vivere nel mondo, se avvertiremo una forte attrazione nella creazione di un’era ecozoica. Bellezza, stupore e meraviglia, insieme a un profondo amore verso tutti gli esseri viventi, devono essere le principali fonti di energia nella lotta futura. Solo se comprenderemo il nostro ruolo all’interno del più ampio fine del cosmo potremo operare questa transizione. Si tratta di una sfida immensa, ma anche eccitante e vivificante. Inoltre, se riusciremo a imparare ad avere fiducia nel cosmo, a intuire il Tao che sta al cuore di tutto, potremo aprire la strada a un’energia più grande di quanto mai prima d’ora abbiamo potuto immaginare.

 

2 Comentários leave one →
  1. 17/10/2016 21:25

    Republicou isso em Paulosisinno's Bloge comentado:
    Alla ricerca del “Tao della liberazione”. Una rivoluzine verso la “Grande Svolta”

Trackbacks

  1. Alla ricerca del “Tao della liberazione&r...

Deixe uma resposta

Preencha os seus dados abaixo ou clique em um ícone para log in:

Logotipo do WordPress.com

Você está comentando utilizando sua conta WordPress.com. Sair / Alterar )

Imagem do Twitter

Você está comentando utilizando sua conta Twitter. Sair / Alterar )

Foto do Facebook

Você está comentando utilizando sua conta Facebook. Sair / Alterar )

Foto do Google+

Você está comentando utilizando sua conta Google+. Sair / Alterar )

Conectando a %s

%d blogueiros gostam disto: