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Il disordine mondiale: lo spettro della dominazione totale

20/10/2016

È il titolo dell’ultimo libro di Luiz Alberto Moniz Bandeira (Civilização Brasileira, 2016), il nostro analista di politica estera più stimato. L’autore ha avuto accesso alle fonti di informazione più affidabili, a molteplici archivi, oltre ad avere una vasta conoscenza storica. Sono 643 pagine fitte, ma è scritto con tanta fluidità ed eleganza che ci sembra di leggere un romanzo storico.

Moniz Bandeira è prima di tutto un ricercatore meticoloso e, allo stesso tempo, un militante contro l’imperialismo degli Stati Uniti, il cui complesso indaga con la meticolosità di un chirurgo. Non senza motivo è stato arrestato tra il 1969 e il 1970 e di nuovo nel 1973 dal temibile Centro di Informazione della Marina (CENIMAR), per essersi opposto criticamente, nel contesto della guerra fredda, all’elentità di principale sostegno della dittatura: gli Stati Uniti.

I materiali di cui dispone permettono di denunciare la logica imperiale, presente nel sottotitolo: “guerre per procura, terrore, caos e disastro umanitario”. Chi nutre ancora ammirazione per la democrazia americana e cerca di allinearsi con i disegni imperiali (come fanno i neo-liberali del Brasile), trovano ampio materiale di riflessione critica e dati per una lettura del mondo più differenziata.

Due motti guidano il centro del potere dello stato americano con la sua miriade di agenzie di sicurezza interna ed esterna, “un mondo e un solo impero” o “un unico progetto e lo spettro di dominio totale (full-spectrum dominance/superiority)”. Voglio dire, la politica estera degli Stati Uniti si basa sulla (illusoria) “eccezione”, il vecchio “destino manifesto”, una variante “del popolo eletto da Dio, razza superiore”, chiamato a diffondere la democrazia in tutto il mondo, la libertà e i diritti (sempre secondo l’interpretazione imperiale che danno a questi termini) e a considerarsi (presumibilmente) “la nazione indispensabile e necessaria”, “ancora di sicurezza globale” o “il potere solitario” (lonely power).

Già nel XVIII secolo Edmund Burke (1729-1797) e nel XIX secolo il francese Alexis de Tocqueville (1805-1859) hanno intuito che il presidente degli Stati Uniti aveva più potere di un monarca assoluto. Questo potrebbe degenerare in una “democrazia militare” (p. 55). In effetti, sotto George W. Bush in occasione degli attacchi alle Torri Gemelle “è stata restaurata la vera democrazia militare, con la dichiarazione della “guerra al terrore” e la pubblicazione del “Patriotic Act”, che ha sospeso i diritti civili fondamentali di habeas corpus e ha dato il permesso per la tortura. Questo configura certamente uno stato terrorista..

Come molti scienziati americani citati da Moniz Bandeira (p.470) hanno detto: “non c’è più una democrazia, ma un dominio economico delle élite a cui è sottomesso il Presidente”. Le decisioni sono prese dal complesso militare-industriale (macchina da guerra), Wall Street (finanza), da importanti organizzazioni imprenditoriali e da un piccolo numero di americani molto influenti. Per garantire lo “spettro di dominio totale” sono mantenute 800 installazioni militari in tutto il mondo, buona parte con testate nucleari e 16 agenzie di sicurezza con 107.035 militari e civili. Come ha affermato H. Kissinger, “la missione dell’America è quella di portare la democrazia, se necessario, attraverso l’uso della forza” (P.443). In questa logica, dal 1776 al 2015, in 239 anni di esistenza degli Stati Uniti, 218 sono stati anni di guerra, solo 21 di pace (p. 472).

Si sperava con Barack Obama una svolta nei confronti di questa storia violenta. Illusioni. Ha cambiato solo i nomi, ma ha mantenuto tutto lo spirito eccezionale e le torture a Guantanamo e altrove fuori degli Stati Uniti, come al tempo di Bush. Alla “guerra perpetua” ha dato il nome di “Oversee Contingency Operation”. Per decisione personale (criminosa), ha autorizzato centinaia di attacchi con droni e aerei senza pilota, uccidendo i principali leader arabi (p. 476).

Con un certo disappunto, ha detto Bill Clinton: “da 1945 gli Stati Uniti non hanno vinto nessuna guerra” (P.312). Dall’Iraq fuggirono in segreto e nel cuore della notte (p.508).
Il libro di Moniz Bandeira si occupa in dettaglio della guerra in Ucraina, in Crimea e nello Stato Islamico in Siria, con i nomi dei principali protagonisti e le date.

La conclusione è schiacciante: “Ovunque gli Stati Uniti sono intervenuti con “l’obiettivo specifico di portare la democrazia”, questa democrazia è fatta di bombardamenti, distruzione, terrore, massacri, caos e disastro umanitario… vanno a difendere i loro bisogni e interessi economici e geopolitici, i loro interessi imperiali “(p.513).

La quantità di informazioni presentate supporta questa affermazione, nonostante i limiti che possono sempre essere addotti.

*Leonardo Boff è scrittore del JB on-line e ha scritto: Ethos mondiale, un consenso minimo tra gli umani, Record 2009.

Traduzione di S. Toppi e M. Gavito

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