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La fame come sfida etica e spirituale

20/05/2017

Niente è più umanitario, sociale, politico, etico e spirituale che soddisfare la fame dei poveri della Terra.

Un mistico medievale, John Ruysbroeck della scuola olandese (1293-1381), ha detto bene: “Se tu fossi in estasi davanti a Dio e un affamato bussasse alla tua porta, lascia il Dio dell’estasi e vai a servire l’affamato. Il Dio che hai lasciato nell’estasi è meno sicuro del Dio che troverai nell’affamato”. Da questo è derivata la sacralità dei poveri e degli affamati.

Gesù stesso era pieno di compassione e ha soddisfatto con pane e pesci centinaia di persone affamate che lo seguivano. Al centro del suo messaggio c’è il Padre Nostro e il Pane Nostro quotidiano, nella famosa preghiera del Signore. È erede di Gesù solamente chi tiene sempre insieme il Padre Nostro con il Pane Nostro. Solo questa persona può dire Amen.

I livelli di povertà globali sono scioccanti. Secondo OXFAM, che misura ogni anno i livelli di disuguaglianza nel mondo, nel gennaio 2017 si accertò che 8 persone da sole hanno un reddito equivalente a quello di 3,6 miliardi di persone, vale a dire circa la metà dell’umanità. Questo fatto è più significativo della semplice parola “disuguaglianza”. Eticamente e politicamente questo fatto si traduce in una spaventosa ingiustizia sociale e, nell’ambito della fede giudaico-cristiana, questa ingiustizia sociale è un peccato sociale e strutturale che colpisce Dio e i suoi figli e figlie.

La povertà è sistemica, perché è il risultato di un tipo di società che si propone di accumulare sempre più beni materiali senza alcuna considerazione umanitaria (giustizia sociale) o ambientale (giustizia ecologica). Questa società presuppone persone crudeli, ciniche e senza alcun senso di solidarietà, quindi, un contesto di elevata disumanizzazione e di barbarie.

In Brasile, anche se molto è stato fatto per fare uscire il paese dallo spettro della fame, ci sono ancora 20 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Con il suo programma “Brasile amorevole” la legittima presidenta Dilma Rousseff si era prefissa lo scopo di portare tutte queste persone fuori da questa situazione disumana.

Le definizioni date alla povertà sono molteplici. Trovo illuminante la posizione del premio Nobel per l’economia, l’indiano Amartya Sen, che ha creato l’economia solidale. Per lui la povertà, per cominciare, non è misurata dal livello di reddito o dal grado di partecipazione ai beni e ai servizi naturali. L’economista definisce la povertà nel contesto dello sviluppo umano come l’espansione delle libertà sostanziali, come lui le chiama, cioè, la possibilità e la capacità di produrre e realizzare il potenziale umano produttivo della propria vita. Essere poveri è vedersi privati della capacità di produrre il paniere di beni di base o l’accesso ad esso. In questo modo essi sentono negati i diritti di vivere con un minimo di dignità e la libertà per progettare il proprio percorso di vita.

Questo sviluppo ha un eminente grado di umanesimo e un forte carattere etico. Da qui il titolo della sua opera principale, che si chiama “Sviluppo come libertà”. La libertà è intesa come libertà “per” l’accesso al cibo, alla salute, all´istruzione, all´ambiente ecologicamente sano, alla partecipazione alla vita sociale e agli spazi di vita e di tempo libero.

La Teologia della Liberazione e la chiesa che sta alle sue spalle, nascono da un attento studio della povertà. La povertà si legge come oppressione. Il suo opposto non è la ricchezza, ma la giustizia sociale e la liberazione. L’opzione per i poveri contro la povertà è il marchio di fabbrica della Teologia della Liberazione.

Abbiamo distinto tre tipi di povertà. La prima è quella di chi non ha accesso al paniere alimentare di base né ai minimi servizi sanitari. L’approccio tradizionale è stato: quelli che hanno aiutino a quelli che non hanno. Così è nata una vasta rete di assistenzialismo e di paternalismo che aiuta puntualmente i poveri, ma li tiene dipendenti da altri.

La seconda lettura del povero sosteneva che i poveri hanno qualcosa; possiedono infatti l’intelligenza e la capacità di professionalizzarsi. Così possono entrare nel mercato del lavoro e organizzare la propria vita. Questa strategia è corretta, ma politicamente non prende conoscenza del carattere conflittuale del rapporto sociale, mantenendo chi esce dalla povertà all’interno del sistema che continua a produrre poveri. Lo rafforza inconsciamente.

La terza interpretazione del povero parte da quello che il povero ha e, quando viene a conoscenza dei meccanismi che rendono poveri (sono impoveriti e oppressi), si organizzano, pianificano un nuovo sogno di una società più giusta ed egualitaria, diventano una forza storica in grado, insieme ad altri, di dare nuova direzione alla società. Da questo punto di vista sono nati i principali movimenti sociali, sindacali e altri gruppi coscientizzati della società e delle chiese. Da loro si aspettano trasformazioni sociali.

Infine, per la percezione della fede biblica, i poveri saranno sempre l’immagine deturpata di Dio, la presenza del povero di Nazaret, crocifisso, che deve essere deposto dalla croce. Alla fine, alla sera della storia del mondo, i poveri saranno i giudici di tutti perché affamati, nudi e incarcerati, non sono stati riconosciuti come la presenza nascosta del Supremo Giudice davanti al quale un giorno ci troveremo tutti.

*Leonardo Boff è editorialista del JB on-line e ha scritto: Passione di Cristo, Passione del mondo, Cittadella Ed, 1978.

Traduzione di S. Toppi e M. Gavito

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